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Sergio Mutolo

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Tempo di bilanci per il calcio italiano e, anche, di riflessioni sull’opaco periodo che sta vivendo. Questo sport che tra alti e bassi domina la scena da una vita, sembra avvizzirsi ogni anno che passa. Alla fine di una stagione orribile il panorama è desolante  (foto: Emma Rotini)

Su Qui Touring, la rivista mensile del Touring Club Italiano, ho letto tempo fa un reportage di Isabella Brega dedicato a Bratislava, capitale danubiana della giovane Slovacchia. La sua nazionale ci ha inflitto, al Mondiale in Sud Africa, la più cocente delle umiliazioni eliminando gli Azzurri di Lippi al primo turno.

La Brega scrive di aver potuto annusare “quell’energia che si ritrova facilmente nelle capitali dell’Europa dell’Est e che invece spesso non si respira nelle nostre città, cariche di storia e di monumenti, ma snervate, cieche di futuro, esauste di entusiasmi e desideri, di speranza e ottimismo”. Chiunque di noi abbia viaggiato fuori dai confini italici, per diporto o per lavoro, è tornato a casa (nella maggior parte dei casi) con le stesse impressioni.

Se come sosteneva Sartre il calcio è una metafora della vita (o forse è la vita una metafora del calcio, secondo il filosofo Sergio Givone), sarà dunque il caso di fare alcune riflessioni sull’opaco periodo che sta vivendo in Italia lo sport più bello del mondo. Quello che, tra alti e bassi, domina la scena sportiva nazionale da una vita. Il panorama che si prospetta, alla fine di una stagione orribile, è davvero desolante.

La serie A si è trasformata in un assurdo caravanserraglio, popolato da una fauna umana che trova difficile riscontro nella lunga e nobile storia di questo sport. Tra gossip dilagante, trasmissioni urlate e pay per view a dettare i ritmi è rimasto ben poco di godibile. Un pugno di squadre traccia linee guida che stanno portando alla deriva uno sport tanto bello da non sembrare vero, da sempre polo di attrazione delle masse. La serie B, poi, da anni si arrampica sugli specchi. Vedremo quale ne sarà il destino dopo la scissione che si è appena consumata.

La Lega Pro, vaso di coccio in mezzo a (presunti) vasi di ferro, vive la sua deriva in posizione defilata. Tutto accade in un contesto di sostanziale disinteresse, che penalizza gli oltre cinque milioni di appassionati di questa categoria e consente ogni tipo di misfatto. Il calcio della Lega Pro è un calcio precario in quanto non identitario. Il numero abnorme dei club iscritti (90) non favorisce soluzioni sostenibili, condivise e condivisibili. L’ecatombe decretata dal Consiglio federale il 16 luglio scorso potrebbe non lasciare segni tangibili, in virtù dei soliti ripescaggi. A meno che il presidente Macalli stavolta non scelga la linea dura.

Ci fermiamo qui, ma l’elenco sarebbe talmente lungo da diventare stucchevole. Senza voler essere inseriti nel novero delle Cassandre, come fa comodo agli eternauti che governano le sorti del calcio nazionale chiamare quanti cercano di opporsi alla deriva verso cui lo stanno trascinando, è utile chiudere riportandosi alle riflessioni di Isabella Brega con le quali abbiamo iniziato.

Il calcio italiano è ormai snervato, cieco di futuro, esausto di entusiasmi e di desideri, di speranza e di ottimismo. Le squadre in campo sono spesso fiacche, come molte delle città di cui portano i colori.

Le cose stanno così, piaccia o non piaccia. Senza slancio, e in carenza di un soprassalto di cultura calcistica del quale non si vede traccia all’orizzonte, i tifosi volgeranno il cuore altrove. E sarà l’inizio della fine.  

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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