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Sergio Mutolo

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Grande_Torino_1942-43Un ricordo dedicato ai tifosi di ogni epoca, ai quali manca il calcio con la “C” maiuscola. Quello di Valentino Mazzola che, sospinto dal mitico trombettiere del Filadelfia, si tirava su le maniche. A quel segnale il Grande Torino innestava il turbo. Il destino era segnato, per qualsiasi avversario.

Leggendo le alterne vicende della squadra granata e davanti al quadro desolante del calcio italiano, mi è venuta voglia di rivedere il tv-movie messo in onda qualche anno fa sulla storia del Grande Torino. Una fiction che ci riporta a ritroso nel tempo e ci mette a confronto con un calcio dal sapore antico. Un’epoca nella quale esisteva ancora l’attaccamento alla maglia e ogni squadra aveva il suo giocatore bandiera.

Il capitano del Toro, Valentino Mazzola, si identificava con il colore granata. Se lo teneva appiccicato addosso, dentro e fuori dal campo. Quelli come Mazzola erano giocatori che i tifosi, ma anche la gente comune, consideravano in perfetta simbiosi con la città. Proprio per questa ragione suscitavano un rispetto profondo ed erano amati di un amore senza limiti.

Un modello di calcio ormai morto e sepolto. Non solo sono scomparsi i giocatori bandiera ma, insieme con loro, anche i presidenti alla Ferruccio Novo. Condannato dal destino a non trovarsi su quell’aereo che tornava da Lisbona. La società che dirigeva era, per lui, ragione di vita e di vanto. I giocatori? Tanti figli, tutti diversi, da tirare su come meglio si poteva. Altri tempi, si dirà. Altri stili di vita. Altri valori. Se migliori o peggiori, perché ritenuti da taluno patetici, sarà il tempo a dirlo.

La storia del Grande Torino fu anche quella dell’incredibile (irripetibile?) sinergia tra una città e la sua squadra di calcio. La Juventus contava poco in città. Esisteva il Toro, e soltanto il Toro. La realtà granata pervadeva la gente fin nel profondo dell’animo.

Il 4 maggio 1949 l’aereo che riportava a casa la squadra dalla trasferta in Portogallo, dove i granata avevano giocato con il Benfica, si schiantò sulla collina di Superga. La gente rimase annichilita. La città si fermò. Si strinse attorno ai suoi campioni perduti per sempre in un solo, disperato e appassionato abbraccio.

L’incipit della cronaca dei funerali del Grande Torino dettata agli stenografi da Alfonso Gatto, un poeta prestato allo sport come allora spesso succedeva, è ancora oggi da brivido: “I morti della sera di maggio sono allineati tutti insieme, in un unico campo di erba verde”.

C’era un momento, nelle partite interne, in cui lo storico trombettiere della curva del Filadelfia suonava la carica. A quel punto, Valentino Mazzola si tirava su le maniche della maglia. Quello squillo, e il gesto che seguiva, davano inizio al mitico “quarto d’ora granata”.

Difficile spiegare oggi, in questi tempi opachi, cosa fosse e quanto significasse per i giocatori in campo quel gesto apparentemente così semplice del loro capitano. Di fatto, da quel momento non ci sarebbe stato scampo per qualsiasi avversario.

Che meraviglia sarebbe, per i tifosi granata, poter riascoltare ancora quella tromba. E bearsi del Mazzola di turno che si arrotola le maniche. Forse così, grazie a un gesto che solo l’utopia rende ancora possibile sperare, si potrebbe salvare un calcio che scivola sempre più nella deriva del business.

Il calcio sognato dei sognatori che, forse, non rivedremo più. Quello che mediocri dirigenti stanno facendo di tutto per affossare. Qualcuno li fermi, se può.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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