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Sergio Mutolo

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Il calcio italiano non trova pace. I fronti aperti si moltiplicano. I problemi irrisolti si accumulano. Nessuno sembra avere il carisma necessario per uscire dal tunnel in cui il sistema si è infilato. Latitano soluzioni compatibili e condivise sui (troppi) punti critici in sospeso. Si diffonde un senso di precarietà che induce al disincanto e alla diserzione. Ci si incontra di continuo per decidere e non si decide (quasi) mai nulla.

La conferma viene dalla riunione che si è tenuta martedì 25 ottobre presso la sede della Lega Serie A, sotto la presidenza di Beretta. All’ordine del giorno la ripartizione tra i venti club della massima serie nazionale dei 200 milioni di euro di diritti televisivi pertinenti alla quota bacini di utenza. I criteri finora proposti non sembrano accontentare tutti. Nella giornata di ieri anche il Brescia ha deciso di unirsi a Lecce e Cesena e di ricorrere all’Alta Corte per i 2,5 milioni dirottati dalle neo-promosse alle partecipanti all’Europa League.

Un problema che si trascina dalla data di sottoscrizione dei contratti collettivi con le pay tv, regolati dalla Legge Melandri-Gentiloni (leggete QUI ciò che c’è da sapere in materia, ndr). Il punto critico attiene al 30% dei proventi da diritti tv. Una quota variabile che disunisce in un momento in cui sarebbe necessaria la massima coesione tra i club, vista anche la piega che sta prendendo la vertenza con l’Assocalciatori sul contratto collettivo scaduto il 30 giugno scorso (ennesima riprova di quanto le questioni vengano fatte incancrenire: siamo arrivati a novembre senza colpo ferire).

Considerato che solo il 5% di questo 30% sarà distribuito in base a un dato certo (numero degli abitanti del comune di riferimento) e che la suddivisione del restante 25%  riporta a un dato aleatorio (numerosità dei tifosi afferenti ad ogni singolo club), ci si sarebbe aspettato di stabilire regole e/o criteri per quantificarlo (affidandosi possibilmente a un soggetto terzo super partes).

Nulla di tutto ciò è avvenuto. Anche nell’ultima assemblea ordinaria di Lega, quella appunto del 25 ottobre, si è scelto il solito metodo dilatorio. Se ne parlerà in un’altra apposita assemblea fissata martedì 9 novembre, come se il trascorrere del tempo bastasse da solo a risolvere le cose.

Per capire la mentalità che guida certi dirigenti del nostro (povero) calcio, è sufficiente leggere l’ordine del giorno “Criteri per la definizione dei bacini di utenza di cui alla delibera del 30 ottobre 2007”. A distanza di tre anni solari da una specifica delibera assembleare, la questione è ancora tristemente in alto mare. La precarietà del calcio italiano è tutta in questo semplice dato.

Quando il calcio delude come la vita

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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