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Sergio Mutolo

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Il calcio deve fare sempre più spesso i conti con personaggi opachi, lasciati liberi di scorrazzare per l’Italia e di affossare club carichi di storia. Ogni estate è un bagno di sangue. Le città, le maglie, i tifosi non meritano questa umiliazione.

La vita pullula di furbetti del quartierino. Lo sappiamo tutti. Anche se (vilmente) li tolleriamo, pagandone sulla nostra pelle le conseguenze. Una razza dura a morire soprattutto in Italia. Gente che prova a costruire (presunti) imperi economici senza poter contare sul minimo di risorse finanziarie necessarie ovvero sulla base di fragili e opachi controlli azionari.  

Il mondo del calcio professionistico, dalla serie A fino alla Lega Pro e passando per la B, è stracolmo di personaggi di questo genere. Poco importa se si tratta di piazze che si trovano o meno nel centro del mirino. I furbetti ci provano e ci riprovano senza sosta. Passano in molti casi da una società all’altra, senza porsi (ovviamente) problemi di natura etica e infischiandosene del giudizio della gente. Facce di bronzo e muri di gomma elevati all’ennesima potenza. 

Se questi personaggi più o meno noti, con il loro inevitabile codazzo di nani e ballerine, riescono a impadronirsi delle maglie senza avere i minimi requisiti economici per farlo è anche (solo?) per la connivente indifferenza degli ordinamenti istituzionali che dovrebbero esercitare il controllo. Purtroppo, in Italia, si continua a pensare alla conservazione della propria poltrona e a marginalizzare gli interessi generali. 

Se a livello imprenditoriale e calcistico si allunga in Italia l’elenco dei dissesti e cresce il cumulo delle macerie, ci sarà pure una ragione. Se tante aziende private (quelle calcistiche non possono fare eccezione) non riescono a costruirsi un assetto stabile e scontano fallimenti a non finire (restando spesso a galla solo grazie a salvifici interventi pubblici), non è certo il frutto di una maledizione che si è abbattuta sul sistema Italia. Né può essere data la colpa a un destino cinico e baro che si accanisce sul nostro paese.  

E’ piuttosto il portato delle pesanti responsabilità etiche di quanti (troppi), pur avendone il preciso compito istituzionale, hanno permesso questa paranoica debolezza strutturale del sistema. E hanno tollerato (tollerano), con colpevole indifferenza e connivenza, il paradosso di affidare il controllo delle imprese di ogni tipo a chi non è in grado di immettervi mezzi finanziari personali adeguati. 

Nel sistema calcio, finchè le tante istituzioni preposte non saranno messe in condizione di esercitare le doverose forme di controllo da troppo tempo eluse e quelle locali (in primis i sindaci) non disporranno di strumenti legislativi idonei a surrogare la mancata vigilanza a livello federale, le maglie continueranno a essere ostaggio di personaggi ambigui e inadeguati. Inabili a elaborare e gestire un qualsivoglia progetto.  

Si deve impedire ad avventurieri di ogni sorta di scorrazzare liberamente per l’Italia, con normative studiate ad hoc e con forme di verifica ancora nel libro dei sogni, ma ipotizzabili nel concreto. Per arrestare il de profundis di tante nobili società occorrono presidenti di alto profilo imprenditoriale, possibilmente legati a (reali) attività imprenditoriali insediate nel territorio.

Le nostre città e le nostre maglie non meritano questa ignobile condanna. Perchè va ricordato che le squadre appartengono, sempre e comunque, alle città di cui portano i colori e ai tifosi che ne sono i tutori. Per questo vanno difese e protette, come si fa (si dovrebbe fare) per qualsiasi altro bene pubblico.

Tifosi, il lato etico del calcio

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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