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Il calcio italiano è in piena paranoia. Somiglia a un caravanserraglio dentro al quale, tra i mulinelli di sabbia sollevati dal vento del deserto, diventa difficile distinguere i cammelli dai cammellieri. La confusione regna sovrana. Chi può e sa ci sguazza dentro, traendone gli ultimi indecenti vantaggi personali.

Eppure il caos è (stranamente) calmo. Nonostante una mole di problemi irrisolti da far tremare i polsi, tira un’aria da fine impero. Con somma pacatezza la Figc del presidente Abete cerca di portare a casa la riforma dello statuto federale e la riforma dei campionati. Si attende che le due Commissioni, insediate nel luglio scorso dal Consiglio Federale e affidate ai vice-presidenti (Tavecchio e Macalli), partoriscano le proprie relazioni al termine dei lavori conclusi il 30 novembre. Certi antidiluviani istituti sono duri a morire: il diritto di veto (obbrobrio giuridico da cui deriva la quasi totalità dei mali che incancreniscono il calcio italiano) e la pratica dei ripescaggi (che impedisce qualsiasi modifica del format dei tornei professionistici) ostacolano ogni soluzione possibile. Le indagini su Premiopoli languono e c’è il rischio concreto che tutto finisca (scandalosamente) in prescrizione. Idem dicasi per quelle su Calciopoli/1 (con l’esposto della Juventus che rischia di ammuffire) e Calciopoli/2 (anche in questo caso potrebbe finire tutto a tarallucci e vino). I vivai, intasati da giovani stranieri, non riescono a rifornire le Nazionali Giovanili (Under 16, 17, 19 e 21) e men che meno la Nazionale maggiore di Cesare Prandelli. Sacchi si arrabatta, ma trovare il bandolo della matassa resta arduo senza la fattiva collaborazione dei club di serie A. Il presidente federale si trova impelagato nelle trattative per il rinnovo del contratto dei calciatori scaduto nel giugno scorso. Con Beretta, Petrucci e il sostegno dell’Alta Corte di Giustizia cerca di venirne fuori. I risultati finora sono scarni. L’Aic di Campana e Grosso brandisce minacciosa l’arma dello sciopero. La guerra aperta tra la Federcalcio, la Lega di Serie A (che diserta tutti i Consigli federali e pensa di staccarsi dalla Figc) e quella Lega di Serie B (che non sa ancora che pesci prendere da quando è diventata orfana della A) è ancora all’inizio. I suoi contorni e i suoi esiti sono tutti da definire. C’è anche la patata bollente Lega Pro. L’anno scorso la categoria guidata da Macalli ha perso per strada venti club. A detta dello stesso dirigente, se il campionato cominciasse domani oltre la metà degli 85 club non potrebbero iscriversi. Qualcosa bisognerà pur fare anche su questo versante, almeno fino a quando questa categoria verrà fatta rientrare nel professionismo col suo ingombrante fardello di società iscritte.

I tifosi hanno perso l’orientamento. Come Gregor Samsa, protagonista de La Metamorfosi di Kafka, un giorno si sono svegliati e si sono ritrovati irriconoscibili dentro un calcio che non è quello che avevano sognato. Assistono delusi e disincantati a questo sfascio deprimente. Si confrontano con club sempre più indebitati, nonostante i milioni a palate incassati dalle pay tv alle quali è stata svenduta la loro passione. Subiscono divieti e tessere. Fanno i conti con il livellamento tecnico verso il basso del campionato che una volta era il più bello del mondo. Assistono allo scempio di squadre italiane ricche di blasone eliminate da sconosciuti club ucraini, austriaci, ungheresi, bielorussi, svizzeri. Intuiscono che lo scivolamento nelle classifiche del Ranking Uefa e dei coefficienti Uefa somiglia sempre più a una deriva. La diserzione e lo svuotamento di stadi ormai simili a decrepite cattedrali nel deserto sono l’esito di un degrado palpabile, l’immagine che ci accompagna mentre sta per calare il sipario sul 2010. Poveri noi e povero calcio. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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