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Il Presidente della Lega di Serie B, Andrea Abodi, ha gridato tutta la sua rabbia. Ospite ai microfoni di Sport 2000, il numero uno della Bwin è intervenuto sul caso del fallimento di Dahlia tv. Parole dure e senza sconti: “Solo in Italia succedono certe cose. A metà del film si spengono le luci. Il motivo? O pessima programmazione o pessimo management. Perché quello che successo a Dahlia era prevedibile. Ci sono stati più di 250.000 abbonamenti, quindi abbonati che hanno prepagato l’intera stagione. Questo sarebbe dovuto essere un motivo di responsabilità per l’azienda e per i suoi soci, primo fra tutti Telecom Italia, che avrebbe dovuto avere un atteggiamento molto più rispettoso”.

La class action promossa dagli abbonati (il cui numero è incerto, tra i 200mila e i 300mila) che hanno pagato in anticipo per vedere le partite di 8 club della Serie A Tim e dei 22 club di Serie Bwin è un problema importante, eppure marginale rispetto agli effetti dirompenti che la chiusura dell’emittente potrebbe innescare.

Il caso Dahlia tv rappresenta l’ennesima ferita inferta al già traballante sistema calcio italiano. Si aggiunge alle tante altre che nessuno ha mai provato a curare seriamente in questi anni. Come abbiamo scritto in un articolo pubblicato su Calciopress (questo è il link, ndr) l’impatto economico delle pay tv sugli asfittici bilanci del mondo pallonaro è assai più elevato di quanto si creda.

La principale (unica?) fonte di sostegno del calcio in Italia è oggi rappresentata dalla spartizione dei diritti televisivi. Il crollo delle presenze negli obsoleti stadi del Belpaese e l’assenza di politiche di marketing, hanno consegnato i club nelle mani delle pay tv. Non è un mistero. Le televisioni a pagamento dettano tempi e modi delle partite in programma, a puro uso e consumo dello spettatore da salotto e in spregio dei tifosi che seguono lo spettacolo dal vivo.

Il fatto è che l’importo dei diritti tv è direttamente proporzionale all’esistenza di una vera concorrenza tra le emittenti interessate. Il solo fattore in grado di far lievitare le offerte verso l’alto è la pluralità delle aziende interessate. Più ci si avvia verso un regime monopolistico, meno sarà possibile attingere dalle casse delle televisioni a pagamento (le cui offerte al pubblico avvengono già oggi a prezzi stracciati) somme compatibili con la sopravvivenza di un sistema che non è oggi in grado di autofinanziarsi.

L’eventuale fallimento di Dahlia potrebbe essere il colpo finale, come lo è stato l’introduzione della Tessera del tifoso sulle presenze negli stadi. Tutto passerà nelle mani di Sky e Mediaset. Non ci sarà più traccia di concorrenza. I proventi televisivi potrebbero subire un vero e proprio crollo, altro che il miliardo di euro che oggi passa il convento.

Considerato che allo stato le pay tv incidono in una misura media del 60-70% sui fatturati di un club (per alcuni si arriva quasi al 90%), il verificarsi di questa ipotesi potrebbe rivelarsi esiziale, determinando lo sfascio di un sistema le cui fondamenta sono da anni sempre più fragili.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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