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(Calciopress – Sergio Mutolo) Ancora in alto mare la soluzione del caso Dahlia tv. La chiusura della pay per view svedese ha lasciato in braghe di tela 170 lavoratori, 8 squadre di serie A Tim, 22 di  serie Bwin e 270mila abbonati. Niente di deciso neppure sui criteri per suddividere i 200 milioni di diritti tv relativi ai bacini di utenza, tema che viene rimpallato da un’assemblea all’altra senza trovare sbocco.

Nonostante questi problemi irrisolti, che si aggiungono ai molti altri nodi ancora da sciogliere (QUI i particolari, ndr), la Lega Serie A guarda avanti in tema di diritti tv. I venti club della massima serie nazionale, coordinati dal dimissionario Maurizio Beretta, sono già proiettati sul rinnovo del contratto con le televisioni a pagamento (partirà dal 2012).

A dispetto degli scenari che si potrebbero aprire dopo il crac, la chiusura di Dahlia tv viene sottovalutata. Un ritornello che si ripete, secondo le miopi abitudini che accomunano (tutti) i vertici del sistema calcio italiano. Sulla questione Calciopress aveva disegnato orizzonti bui, in tempi non sospetti (QUI i particolari, ndr).

I fatti confermano le previsioni. In base al contratto vigente Sky, per assicurarsi il monopolio della piattaforma satellitare, ha staccato un assegno di 571 milioni di euro per il biennio in corso. A sua volta Mediaset, per aggiudicarsi la quota del digitale terrestre che deteneva con Dahlia, ha versato 210 milioni.

La scomparsa della terza gamba del sistema televisivo a pagamento rappresentata dall’emittente svedese apre la strada a un duopolio che sboccherà nella verisimile e congrua riduzione dei diritti televisivi. Si ipotizza che l’assegno staccato da Sky per assicurarsi il satellite nel prossimo biennio potrebbe dimezzarsi. Sulla stessa linea sembra intenzionata a porsi anche Mediaset per restare sul digitale. Ergo, si passerebbe da 781 milioni di euro a poco più di 380. Un vero salasso quello che l’analisi degli eventi in corso sembra prefigurare.

Per il calcio italiano, che vive solo di diritti televisivi (in molti casi, le pay tv sono gli ufficiali pagatori dei calciatori dei club di serie A e serie B), si profila una sorta di psicodramma. L’arretratezza del marketing (chi l’ha visto?), il crollo del ticketing (stadi vuoti) e l’assenza di altre fonti alternative hanno messo il mondo pallonaro del Belpaese in mano alle televisioni a pagamento. Cos’altro aggiungere? Chi è causa del suo mal, pianga se stesso

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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