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Sergio Mutolo

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(Calciopress – Sergio Mutolo) Sembra passato un secolo. Il 19 giugno 2008 il presidente Mario Macalli affossava la vecchia serie C. Nasceva la nuova Lega Pro.

Alla resa dei conti, un’operazione di puro maquillage. Cancellate serie C1 e serie C2. Al loro posto Prima e Seconda Divisione nazionale. Niente di più, niente di meno.

Trascorsi tre anni, il tanto strombazzato “cambiamento epocale” si è dimostrato velleitario. La Lega Pro si sarebbe dovuta uniformare al “modello delle leghe inglesi”. Chi l’ha visto?

I problemi della vecchia serie C si sono incancreniti. La nascita della Lega Pro ha coinciso, paradossalmente, con l’inizio della fine di una categoria storica del calcio italiano.

Nel giugno 2011 la Lega di Firenze si trova a fare i conti con uno sfascio senza precedenti. Lo scorso anno sono state cancellate 20 società, sulle 90 aventi diritto (QUI i particolari). I ripescaggi decisi dal Consiglio Federale del 4 agosto 2010 hanno cercato di mettere una pezza, ma il format è diminuito di cinque squadre.

Durante la stagione appena conclusa molte delle 85 società iscritte hanno mostrato difficoltà economiche crescenti. Le crisi si sono succedute. L’esito dei campionati (per numerosi club affidato alle decisioni della Giustizia sportiva) è stato comunque falsato. Si è giocato su troppi impianti fatiscenti, spesso a porte chiuse.

In buona sostanza, il modello inglese vaticinato da Macalli per la Lega Pro non è mai partito. Ticketing? Marketing? Sponsorizzazioni? Solo scatole vuote in terza e quarta serie nazionale (e non solo…). Viene da chiedersi se il presidente Macalli, che il 19 giugno 2008 parlava di leghe inglesi da imitare, sia mai stato in uno stadio della Football League 1 e 2 (corrispettivi della nostra Prima e Seconda Divisione).

Il fatto è che, per la serie C o Lega Pro che dir si voglia, non è mai stata individuata una mission in grado di dare un senso ai campionati. La categoria ha finito per avvitarsi su se stessa, travolta dalla crisi economica generale e dalla inarrestabile deriva del calcio italiano.

Lo scorso anno sarebbe occorsa più lungimiranza. Già allora bisognava tagliare drasticamente il format. Limitarlo a un numero di club tale da consentire i controlli e le certificazioni che stanno alla base di un risultato sportivo basato su seri presupposti di lealtà sportiva (verifica dei bilanci, idoneità degli impianti, rispetto scrupoloso delle regole, equa distribuzione delle risorse, sussidiarietà e quant’altro).

A luglio 2010 si sarebbe dovuto trovare il coraggio di ricostruirla la C, tanto era malandata. Esattamente come è stato fatto, da e per tempo, in Inghilterra. Di trasformarla nel vivaio delle categorie superiori, nel collante per un contesto in crisi identitaria (con la conseguente desertificazione degli stadi).

Che succederà quest’anno? Di fronte alla nuova ecatombe che si profila, la Figc di Abete avrà finalmente il coraggio di rovesciare il tavolo?

Il fatto è che in Italia gli anni trascorrono senza che accada nulla di nulla. Le opportunità non sono mai sfruttate. I treni vengono guardati passare senza neppure provare a salirci sopra. Tempus inesorabile fugit.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

 

 

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