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Sergio Mutolo

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(Calciopress – Sergio Mutolo) Il calciomercato langue. E’ probabile che i top player in entrata saranno molti meno di quelli in uscita. Al termine delle trattative il tasso tecnico del campionato italiano potrebbe essersi livellato ancora di più verso il basso. Le ragioni di questo declino sono legate sostanzialmente a tre fattori.

1. Il primo è la caduta verticale nel Ranking Uefa (QUI i particolari). La perdita del terzo posto a vantaggio della virtuosa Bundesliga (QUI i particolari) riduce a tre i club della massima serie ammessi alla Champions League. In un calcio sempre più globalizzato, nel quale in Italia le giovani leve iniziano a fare il tifo per i club della Premier e della Liga, si tratta di una perdita di appeal non di poco conto. Un elemento che contribuisce a tenere lontani i campioni dalle nostre latitudini.

2. Il secondo è la vetustà degli stadi. Quelli italiani sono i più malandati e i più brutti d’Europa. Un dato che, facendo il paio con l’intrusione delle pay tv, ha portato alla progressiva diserzione dei tifosi e allo svuotamento delle tribune. A nessun giocatore piace giocare davanti a spalti desolatamente vuoti. Anche ai tempi del business il calcio resta pur sempre un gioco. Sui campi della serie A italiana, non parliamo poi della B e della Lega Pro, si alternano tristezza e grigiore.

3. Il terzo (e più importante) è l’introduzione del Fair Play Finanziario. Il sistema di controllo dei bilanci voluto dalla Uefa di monsieur Platini, già da quest’anno comincerà a far sentire i suoi effetti. I club italiani, con i loro disastrati bilanci, sono arrivati impreparati a un appuntamento epocale. Il calciomercato al ribasso è solo il primo allarme rosso.

Il fatto è che, in ossequio al financial fair play (ffp), un club può spendere solo quanto incassa (“un euro speso per un euro incassato”). Le società inglesi e quelle spagnole hanno ricavi-monstre rispetto alle consorelle italiane. Il Real fattura 560 milioni di euro. Il Barcellona 450. Il Chelsea ha un giro d’affari legato allo stadio (QUI i particolari) per noi inarrivabile.

Questo gap sarà sempre più difficile da colmare per la serie A. I venti club sono attaccati ai soli ricavi delle televisioni a pagamento. Senza i diritti televisivi generosamente elargiti da Sky e Mediaset, il sistema verrebbe giù come un castello di carte.

Gli stadi di proprietà restano una chimera, se si esclude quello che sta inaugurando la Juventus di Andrea Agnelli. La legge per la costruzione di nuovi impianti è impantanata in Parlamento. Chi riuscirà a costruirne uno dovrà impiegare almeno quattro anni per generare profitti.

Il tempo dei mecenati e dei presidenti ricchi scemi sta per finire. Ci saranno regole da rispettare, che potranno essere eluse solo incrementando in modo consistente i ricavi (che sono altra cosa dai debiti strutturati).

Il calcio italiano – afflitto da una litigiosità deleteria che induce ciascuno a coltivare il suo ristretto orticello – non può contare su ticketing, merchandising e/o sponsorizzazioni. Non ha idee, non ha coraggio e tanto meno fantasia.

Un calciò così mediocre e malmesso è destinato ad auto-confinarsi alla periferia dell’Europa che conta.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

 

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