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Sergio Mutolo

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(Calciopress – Sergio Mutolo) In Italia il calcio, come pure la politica di cui è l’opaca metafora, sembra aver perso ogni slancio.

Stretto tra i dettami del Fair Play Finanziario e l’asservimento a pay tv sempre più intrusive, è rimasto impantanato nella sterile gestione di un eterno e obsoleto presente.

Il mondo pallonaro è teso a preservare lo status quo. Non sembra avere più stelle polari da seguire, nè orizzonti verso i quali dirigersi. Si incaponisce a tutelare gli interessi dei pochi a scapito di quelli dei molti. Sta lentamente emarginando i milioni di tifosi che ancora ci credono. Il vero pilastro di tutto il sistema, anche se ormai estraneo a qualsivoglia progetto.

Nessuno sembra più capace di vendere i sogni, la materia prima di questo magnifico sport. Non a livello federale, dove predomina l’arido minimalismo di conservare la poltrona senza provare a mettersi in gioco con il rischio di perderla. Non a livello di club spesso afflitti dal succedersi di presidenze e dirigenze oblique.

Le rivoluzioni sono opera dei sognatori. Gente come Steve Jobs, scomparso ieri dopo aver vissuto tante vite. Un visionario, che è riuscito davvero a cambiare il mondo.

Il calcio, viceversa, è governato da dirigenti che neppure si pongono il problema di rigenerarsi. Personaggi inabili ad affrontare il percorso necessario per frantumare schemi ormai ingessati, per dare vita a nuovi modelli di riferimento che riescano a far implodere quelli che lo stanno trascinando stancamente alla deriva.

Anche per questa ragione i giovani sono scomparsi dagli stadi. L’età media degli spettatori continua a salire. Tanto è vecchio il manico, quando lo sta diventando il pubblico. Come sperare di attrarli, i giovani disincantati del terzo millennio, quando mancano quegli scatti di fantasia che nessuno pare in grado oggi di produrre.

L’assenza cronica di iniziative e la gestione strascicata di un derelitto presente, stanno finendo per portare il football nostrano a un progressivo inaridimento, tra uno spezzatino e l’altro più o meno indigesto. Si potrebbero seppellire, in tal modo, anche gli ultimi ardori. Non è questo il calcio che vorremmo. Prigioniero dei suoi errori e delle sue stanche abitudini.

La precarietà dei nostri tempi mediocri condanna il calcio a un’opaca sopravvivenza. Servirebbero persone capaci, con un po’ di buon senso, di riportare il movimento sulla strada da cui è stato allontanato con tanta bieca pervicacia. Da qualche parte ci devono pur essere, queste persone. Dove si sono nascoste? Questa è la domanda.

Sergio Mutolo  www.calciopress.net

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