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Sergio Mutolo

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Hellas Verona - Tifosi scaligeriSapersi fermare ogni tanto a riflettere sulle cose per le quali vale la pena di vivere, alla ricerca di appigli per fare meglio il proprio mestiere. Interrogarsi sulle ragioni che rendono ancora il calcio una magia. Trovare che ci sono ancora buoni motivi per provare a raccontarlo come passione condivisibile e condivisa. 

Tutte le volte che monta la tristezza bisognerebbe sapersi isolare e riflettere su ciò che ci tiene ancorati, nonostante tutto, a un mondo che sentiamo sempre più ostile. Un po’ quanto accade in “Manhattan”, poema d’amore che Woody Allen dedicò a New York nel 1979 girandolo in un sublime bianco e nero accompagnato dalle musiche di Gershwin.

In una scena indimenticabile il protagonista (sempre Allen), mollemente sdraiato su un divano, ripassa a voce alta le cose per le quali secondo lui vale la pena di vivere. Il vecchio Groucho Marx, Joe Di Maggio, il secondo movimento della sinfonia Jupiter, Louis Armstrong, l’incisione Potato Head Blues, i film svedesi, L’educazione sentimentale di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, le incredibili mele e pere dipinte da Cézanne, i granchi da Sam Wo e…il viso di Tracy.

Un esercizio al quale tutti dovrebbero, ogni tanto, lasciarsi andare. Ciascuno potrà elaborare il proprio elenco. Persone, oggetti, luoghi, suoni, eventi, ricordi anche vaghi. Il buon Woody, in Manhattan, mette in fila le sue perle. La più inattesa, in mezzo a tanti inarrivabili miti, è il viso di Tracy (sua giovane musa, nel film, interpretata dalla splendida Mariel Hemingway).

Lo stesso si dovrebbe fare anche per il calcio, quando si passano molte ore della propria vita ad osservarlo per cercare poi di raccontarne i risvolti e l’essenza. Come in “Manahttan”, si dovrebbe di tanto in tanto elaborare un elenco delle ragioni che ce lo rendono ancora godibile. Anche per giustificare il tempo trascorso a scriverne.

Più gli anni passano, più la lista diventa scarna. Del calcio moderno c’è davvero ben poco da salvare. Il rischio, in questi casi, è ripiegarsi pericolosamente sul passato. Un errore fatale, che può rendere deludente il presente e aspro il futuro.

Nel mio caso una delle ancore di salvezza sono i tifosi dell’Hellas, i fantastici “butei”. Lo straordinario legame affettivo che li unisce alle maglie gialloblù permette di condividerne le sensazioni che mi ispirano con i veri innamorati del calcio (“Il senso dei tifosi per il calcio”).

Quando il Verona retrocesse in terza serie, dopo 64 anni vissuti in tutto un altro pianeta, lessi in uno dei loro siti una frase che mi colpì per la sua crudezza. “La serie C non è la semplice periferia del calcio, ne è il triste e famigerato sobborgo. Una forma di isolamento culturale. Non è il purgatorio in attesa di una redenzione. E’ la condanna all’inferno”.

Lo stile con cui hanno attraversato questa parentesi amara della “grande storia del club”, mirabilmente sintetizzata da una definizione della categoria in cui si sono trovati a giocare che non potrebbe essere più dura e anche cattiva, fa grande onore ai “butei”.

Una tifoseria speciale. La conferma che il cuore non è un cacciatore solitario, quando sa abbandonarsi alla voglia di condividere la stessa incredibile passione con tanti altri cuori. Fino a farli pulsare, all’unisono, sulle tribune di uno stadio. Per inseguire la magia del calcio. Per continuare a vivere la favola (comunque bella) delle maglie gialloblù dell’Hellas.

Fiorentina, il viola nel cuore”

 “Vecchio cuore Toro, il quarto d’ora granata

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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