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Sergio Mutolo

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PortiereIl calcio moderno viene fatto correre a rotta di collo. Non c’è più spazio per le emozioni. Il rito della partita vissuta allo stadio dal vivo è stato rimpiazzato dal patetico fenomeno della pay per view. L’anima del calcio? Evaporata. Il piacere della partita? Ridotto a mera e spasmodica lotta contro il tempo. Le riflessioni? Affidate a stuoli di opinionisti urlanti che cercano di guadagnarsi come possono il gettone di presenza in trasmissioni sempre più becere. Questo, in sintesi, il discutibile pateracchio nel quale sono stati trasformati, sotto la spinta del business televisivo, i campionati di serie A e serie B italiani.  

Il sistema calcio, nonostante l’imponente afflusso di capitali che questo modello comunque comporta, sembra destinato a una lenta e ineludibile deriva. Occorrerebbe uno scatto di fantasia per recuperare l’essenza che lo sottende. Già, la fantasia. Merce di cui non c’è quasi più traccia in questa società omologata, gestita da mesti burocrati. Eppure l’escamotage salvifico, in quasi tutte cose della vita, consiste nel sapersi fermare quando tutto sembra perduto e andare alla ricerca delle proprie radici.  

Se il calcio è uno sport con l’anima (e certamente lo è) da dove ripartire per farla riemergere quest’anima persa dagli abissi in cui è stata cacciata? E metterla poi al servizio di un progetto di vera rinascita? Sarebbe vitale un processo catartico, innescato dal recupero della lentezza dei tempi agonistici. Tornare a giocare la domenica, ecco cosa si dovrebbe fare. Avere a disposizione una settimana di tempo per elaborare gli eventi trascorsi e prepararsi, con animo (più o meno) lieve, alle partite del turno successivo. Fare pulizia nell’orrendo caravanserraglio mediatico costruito attorno al caos che pervade attualmente l’intero sistema. 

La Prima Divisione Unica di Lega Pro (la vecchia serie C) è una categoria un po’ misconosciuta, anche se attrae l’interesse di circa cinque milioni di appassionati. Afflitta da mille problemi, tenuti insieme dal fil rouge della carenza di introiti certi e commisurati ai bisogni, la terza serie nazionale è in balia del buon cuore (della cialtroneria, a seconda dei casi) del mecenate di turno. Per questa ragione, nel corso degli ultimi lustri, i tifosi hanno visto ammainare tante bandiere e cancellare i colori di altrettante società.  

Il torneo di terza serie, unico tra quelli professionistici italiani, aveva tuttavia un intrinseco punto di forza. Il fatto di giocare la domenica, salvo i posticipi televisivi numericamente esigui, restava una carta potenzialmente vincente da giocarsi nell’opaco panorama del pianeta calcio italiano. Un esempio da imitare, cancellato in nome di un improbabile e incredibile spezzatino. 

La storia insegna che tutte le grandi trasformazioni sono scaturite da momenti di crisi come quello che stiamo attraversando, nel calcio e non solo. E che tutte sono state innescate dal basso, ovvero a partire dalla base della piramide. Perché è dalle fondamenta che si costruisce, sempre e comunque, qualsiasi sistema gli umani decidano di mettere in  piedi. 

Nella categoria dei “cento campanili” sarebbe l’ora di finirla con lo spezzatino che scimmiotta la serie A. Perché non recuperare, in terza serie nazionale, il vecchio e (mai troppo) rimpianto calcio che si giocava la domenica?

Una volta alla settimana il tifoso fugge dalla sua casa e va allo stadio. Quando la partita si conclude il sole se ne va e se ne va anche il tifoso. Scende l’ombra sullo stadio che si svuota. Il tifoso si allontana, si sparpaglia, si perde, e la domenica è malinconica come un mercoledì delle ceneri dopo la morte del carnevale” (Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio)

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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