(CALCIOPRESS) - Tempo di bilanci e di riflessioni sull’opaco periodo che sta vivendo il calcio in Italia. Uno sport che, tra alti e bassi, domina la scena da una vita. Il panorama che si prospetta, alla fine di un anno terribile qual è stato il 2009, è desolante. La protesta attuata sulla ripartizione dei diritti tv dal presidente Macalli e dai 90 club professionistici della Lega Pro, conferma che la catena si potrebbe spezzare.
Su Qui Touring, la rivista mensile del Touring Club Italiano, ho letto tempo fa un reportage di Isabella Brega dedicato a Bratislava, capitale danubiana della giovane Slovacchia. La Brega scrive di aver potuto annusare “quell’energia che si ritrova facilmente nelle capitali dell’Europa dell’Est e che invece spesso non si respira nelle nostre città, cariche di storia e di monumenti, ma snervate, cieche di futuro, esauste di entusiasmi e desideri, di speranza e ottimismo”. Chiunque di noi abbia viaggiato fuori dai confini italici, per diporto o per lavoro, è tornato a casa (nella maggior parte dei casi) con le stesse impressioni.
Se come sosteneva Sartre il calcio è una metafora della vita (o forse è la vita una metafora del calcio, secondo il filosofo Sergio Givone), sarà dunque il caso di fare alcune riflessioni sull’opaco periodo che sta vivendo in Italia lo sport più bello del mondo. Quello che, tra alti e bassi, domina la scena sportiva nazionale da una vita. Il panorama che si prospetta, alla fine di un anno terribile qual è stato il 2009, è davvero desolante.
Il calcio della Lega Pro è un calcio precario in quanto non identitario. Il numero abnorme dei club iscritti (90) non favorisce soluzioni sostenibili, condivise e condivisibili. La scelta altalenante dei gironi di prima Divisione è dettata da criteri che cambiano ogni anno (divisione Nord-Sud, Est-Ovest, mista) senza che ci si azzecchi mai. Le partite giocate a porte chiuse, per ragioni di ordine pubblico o per carenze strutturali, tengono la gente lontana dagli stadi in una categoria dove gli incassi al botteghino sarebbero (sono) vitali.
Ci fermiamo qui, ma l’elenco sarebbe talmente lungo da diventare stucchevole. Senza voler essere inseriti nel novero delle Cassandre, come fa comodo agli eternauti che governano le sorti del calcio nazionale chiamare quanti cercano di opporsi alla deriva verso cui lo stanno trascinando, è utile chiudere riportandosi alle riflessioni di Isabella Brega con le quali abbiamo iniziato.
Il calcio italiano, in particolare quello della negletta Lega Pro, è ormai snervato, cieco di futuro, esausto di entusiasmi e di desideri, di speranza e di ottimismo. Esattamente come molte delle città di cui le squadre portano i colori. Le cose stanno così, piaccia o non piaccia. Senza slancio, e in carenza di un soprassalto di cultura calcistica del quale non si vede traccia all’orizzonte, i tifosi volgeranno il cuore altrove. E sarà l'inizio della fine.
“Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia”
Francesco De Gregori (“La leva calcistica della classe 1968”)