Calcio, in Italia ripartire dagli stadi di club

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(CALCIOPRESS) - Gli stadi italiani sono per la maggior parte fatiscenti. In serie A come in serie B. In Lega Pro la situazione è ai limiti e cresce esponenzialmente il numero di partite che si giocano con il divieto di trasferta per le tifoserie ospiti legato alle inadeguatezze strutturali. Sembra arrivato il tempo della privatizzazione, sul modello britannico. In Inghilterra la cultura degli impianti si è rivelata un vero e proprio affare.

 

Gli stadi italiani sono fatiscenti, in serie A come in serie B. Lo sono, soprattutto, in Lega Pro. Cresce in modo esponenziale il numero delle partite che si giocano con il divieto di trasferta sancito dalle Prefetture per l’inadeguatezza degli impianti alla rigorosa normativa fissata in materia dall’Osservatorio. Che si aggiungono a quelli stabiliti dal Casms e legati alla prossima introduzione della Tessera del tifoso.

 

Un non senso per uno sport che è (deve essere) anche uno spettacolo. Anche in Italia, dunque, sembra arrivato il momento della privatizzazione. Vale a dire dello stadio di club. Gli impianti dovranno essere polivalenti e, soprattutto, remunerativi. Uno stadio di proprietà garantisce infatti quattro obiettivi quasi immediati:

 

1) autonomia e solidità finanziaria, poichè i bilanci delle società non possono continuare a dipendere unicamente dalla vendita dei diritti tv;

2) maggiore sicurezza e minori divieti;

3) fidelizzazione del pubblico;

4) sfruttamento del merchandising.

 

Sotto questo profilo il passo in avanti compiuto dal calcio inglese, nel quale gli stadi sono di proprietà dei club, è cruciale. Il nuovo stadio dell'Arsenal serve a chiarire a fondo il problema. La squadra cara a Nick Hornby giocava, fino al 2006, nel glorioso e malandato Highbury (ricordato in tante e tante pagine del mitico “Febbre a 90”), con ricavi totali per 192 milioni di euro. Da quando l’Arsenal si è trasferito nell’Emirates Stadium (inaugurato il 22 luglio 2006) i ricavi sono subito aumentati di quasi il cento per cento. Un plus valore costante nel tempo, utilizzabile per operazioni di capitalizzazione e/o investimenti. Anno dopo anno. Senza contare che la Emirates, per la sponsorizzazione dell’impianto, garantisce un contratto da 100 milioni di sterline per 15 anni.

 

Anche per altri club di oltre Manica con minore impatto mediatico il discorso non si sposta di una virgola. Il fatto è che in Inghilterra esiste una vera e propria cultura degli impianti. Semplicemente perché gli stadi di proprietà permettono di fare i programmi e di calcolare i profitti nel lungo termine. Forse è per questo che i ricavi di una società di calcio non correlano con la categoria o con la posizione in classifica. Infatti il campionato di serie B inglese, ovvero la Championship, come media di presenze occupa una posizione migliore della stessa serie A italiana.

 

Vedere una partita di calcio, in Inghilterra, è (deve essere) uno spettacolo altrettanto comodo come quello al quale si assiste in un teatro. Tutto è (deve essere) confortevole. Da ogni settore la visibilità è (deve essere) perfetta. In un impianto si può trascorrere una giornata intera e non solo il tempo stretto della partita. Si visita il museo, si acquistano i tanti gadgets, si passa il tempo nelle strutture ricettive interne (pub, bar e ristoranti). Nella stessa Spagna, tanto per dirne una, il museo del Barcellona è quello più visitato di tutta la Catalogna. Secondo il sito internet del club, gli ingressi sono in media circa 1.200.000 all’anno.

 

Tra le squadre italiane soltanto la Juventus ha iniziato i lavori per il nuovo stadio Delle Alpi, di proprietà della società bianconera (anche se in molte altre - ultima la Roma di Rossella Sensi accodatasi ai Della Valle che a Firenze stanno lottando per costruire la Cittadella Viola attorno al nuovo impianto che sostituirà il vecchio Franchi – si stanno attrezzando). Il progetto immediato è quello di raddoppiare i ricavi da stadio. Basti pensare che quelli attuali della Juventus rappresentano appena il 5% del bilancio, mentre quelli messi a bilancio dall'Arsenal raggiungono il 51%. La deriva economica (e tecnica) del calcio italiano è tutta in questo semplice dato percentuale.

 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

 

 

 

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Scritto da: Sergio Mutolo Sabato 23 Gennaio 2010 16:45
 

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