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Dom, 03 Ago 2008 20:21:00

Lega Pro, se il passo è troppo lungo


La campagna acquisti condotta da alcuni club della Prima Divisione continua a essere troppo dispendiosa per la categoria. Vengono dilapidate montagne di soldi per investire in progetti spesso aleatori. E i tifosi non fanno nulla per impedirlo.

Lega Pro, in cerca di identità


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In Prima Divisione alcune società, anche se in numero inferiore rispetto alle scorse estati, si sono avventurate in campagne acquisti milionarie in termini di euro e stanno facendo il passo più lungo della gamba (come ama spesso ripetere il presidente Macalli). Si vedono riconoscere ingaggi stratosferici a giocatori dall'incerto futuro. Tutto farebbe pensare a presidenti con risorse illimitate, mentre si sa che le cose non stanno in questi termini. Il rischio di saltare, in Prima Divisione, è sempre in agguato. Basta che il mecenate di turno venga meno agli impegni presi e tutto va a carte quarantotto. Il recente caso Lucchese è paradigmatico: il passo è stato breve, dalla serie A prospettata in tre anni al fallimento, per i tifosi rossoneri. 

Il fatto è che la neonata Lega Pro rimane pur sempre la vecchia serie C1. Vale a dire un campionato che si può trasformare, con incredibile facilità, in qualcosa di simile a un inferno. Molti dirigenti ritengono che, proprio per questa ragione, ci si debba transitare per il minor tempo possibile e non vedono l'ora di togliersi di torno. Spendono e spandono per risalire. Ma per andare dove? In una serie B sempre più oscurata e mortificata?


Certe (faraoniche) campagne acquisti prestano, dunque, il fianco a giustificate censure. Vengono dilapidate montagne di soldi alla faccia dell'auspicato, e ineludibile, contenimento delle spese di gestione. Senza peraltro che siano centrati, nella maggior parte dei casi, progetti consoni all’impegno economico profuso. E, ciò che più conta, costruiti a misura della categoria e delle città. Tale (sciagurata?) condotta è talora determinata dalla spinta delle piazze. Si vuole tutto e subito. Non ci si rende conto che, buttando soldi dalla finestra e legandosi con abnormi ingaggi pluriennali a giocatori che si rivelano poi impresentabili per la categoria, i nodi verranno prima o poi al pettine. Altrimenti come si potrebbero spiegare i fallimenti che, da molti anni a questa parte, sono diventati una costante storica della terza serie?

La stampa, e i tifosi, fanno poco o nulla per contrastare certi comportamenti. Anzi, ci sono documentati casi in cui sembrano cavalcare la tigre. E spingere i presidenti a condotte che si dimostrano, nel tempo, veri e propri boomerang per le società (le città) di cui sono alla guida. Un maggior spirito critico e una minore ossequienza anche da parte degli organi di informazione, sarebbero fondamentali per evitare errori previsti e prevedibili.

Dalla Lega Pro tutti vogliono andare via il prima possibile, salvo rimpiangerla quando viene definitivamente perduta. Nessun club blasonato di passaggio si sforza di lasciare qualcosa di veramente costruttivo, e lungimirante, dentro una categoria nella quale si sente sminuito. E dove, viceversa, resta intrappolato talora per parecchi anni.
Ecco, così, che la Prima Divisione continua a non avere una sua precisa identità. Ad essere considerato un melting pot indefinito. Mentre basterebbe sforzarsi, con poche e utili iniziative condivise, per cercare di costruirne una purchessia. Cosa che sarebbe possibile e necessaria. E invece la sola cosa che si riesce a fare è rinviare di una giornata l'inizio dei campionati fissato per il 31 agosto, in segno di protesta contro il contingentamento delle rose deciso da Macalli in Prima e Seconda Divisione.


Sergio Mutolo - www.calciopress.net


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