Sarà forse perché seguiamo con grande intensità questo campionato che abbiamo cominciato, senza nemmeno rendercene conto, a volergli un sacco di bene. Come spesso accade quando si entra in intimità con qualcuno per motivi di lavoro. E si finisce per essere emotivamente coinvolti, in modo più o meno consapevole, da risvolti personali che ci intrigano e ci catturano.
Fatto sta che il racconto del campionato di C1, inanellandosi via via le giornate, finisce per diventare una storia con un suo preciso fil rouge. E per appassionarci al di là degli eventi e delle cronache puramente calcistiche che raccontiamo ogni giorno.
Sarà forse perché si scopre che, dietro a ogni storia, ci sono persone vere. Per le quali il diaframma che segna la differenza tra essere e apparire non è mai esistito. Gente che va per la sua strada, senza se e senza ma. Di cui nel sonnolento e spocchioso panorama italiota del calcio professionistico, e non solo, si è quasi persa ogni traccia. Popolato com’è di fighetti e controfighetti da copertina, attenti solo all’immagine e alla bieca difesa dei propri interessi privati, dei quali abbiamo ormai piene le scatole.
Fatto sta che uno come Ammazzalorso che decide di sbattere la porta e lasciare la guida della Cavese perché in disaccordo con la società sulla gestione della campagna acquisti, dove altro lo si può trovare se non qui? In questa Italia alla deriva, dove nessuno si dimette mai neppure davanti alla più infamante delle evidenze? Oppure uno come Moriero, da mesi senza stipendio come tutti i suoi splendidi giocatori, che resta attaccato alla panchina del Lanciano? E riesce a tenerlo a ridosso delle grandi in classifica? In un Paese familista come il nostro, dove i politici si inventano per i loro amici incarichi lucrosi quanto inutili solo per ritirare ricchi assegni mensili in cambio del nulla? O addirittura per fare danni incalcolabili?
Sarà forse perché la terza serie resta confinata in alcuni trafiletti nascosti in fondo alle pagine sportive dei giornali che molti altri esempi, paradigmatici come questi, restano sottotraccia a livello mediatico. Tanto che, parlando a vanvera dei cori razzisti dei tifosi dell’Hellas Verona nei confronti di un giocatore di colore, alcuni quotidiani nazionali hanno confuso la Pro Sesto con la Pro Patria. A conferma di come oggi le notizie siano precotte. Fondate su luoghi comuni non sempre (quasi mai) verificati sul campo. In una deriva giornalistica che ha contribuito alla deriva del sistema Italia. E non solo nel pianeta calcio, purtroppo per noi.
Fatto sta che, da inguaribili illusi, ci intriga seguire un torneo dove gli stracci volano davvero. Dove ci si dimette davvero. Dove si lavora spesso senza essere pagati. Dove gli errori si pagano sulla propria pelle. A differenza di quanto accade di solito altrove. Nei tanti luoghi italici dove si fa finta di farli volare, gli stracci. Solo per centrare obiettivi personali e/o familisti. Ovvero per ritagliarsi uno spazio in tv. Il grande moloc di questi tempi opachi.
Sarà forse perché abbiamo sempre bisogno di un sogno che ci piace vivere da dentro storie come queste. Per raccontarle, a modo nostro, a chi ha (ancora) la voglia di leggerle queste piccole grandi storie. Periferiche, certo. Comunque metafore di un cambiamento del quale il sistema Italia ha ormai vitale necessità.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net