Il bello della C1, categoria polimorfa nella quale confluiscono trentasei società espressione di contesti che non potrebbero essere tra loro più diversi, è anche il sopravvivere di un sano campanilismo. Un segno di attaccamento ai colori largamente giustificabile. A patto, come parrebbe ovvio, di non travalicare nella faziosità fine a se stessa.
Non altrettanto comprensibile appare il provincialismo imperante. Un atteggiamento mentale che affligge la quasi totalità delle iscritte. A prescindere dal blasone e dalla storia che si portano dietro. Quasi che il passaggio in C1 fosse un momento transitorio nella grande storia del club. Una specie di onta, se si vuole, da cancellare il prima possibile.
Se è vero che per alcune società dal luminoso passato (Genoa e Napoli) le cose sono andate così, per molte altre la faccenda ha assunto nel tempo contorni viceversa deflagranti. Al punto che quello che avrebbe dovuto esere un rapido transito nella categoria si è presto trasformato nell’attraversamento di una palude. Nella quale tante nobili decadute si sono impantanate, senza riuscire a tirarsene fuori nei tempi e nei modi programmati.
Il fatto è che non piace rimanere intrappolati in una categoria, a torto o a ragione, considerata la parente povera del calcio professionistico italiano. E però bisognerebbe saper essere sempre realisti nella vita. E valutare le situazioni per quello che sono, non per ciò che si vorrebbe che fossero. Invece in C1 il provincialismo finisce per travolgere tutti, grandi e piccoli. Marchia in negativo una categoria che avrebbe invece bisogno di slancio e di fantasia.
Esso è improntato, purtroppo per tutti, dalla scarsa (nulla) propensione a cercare le necessarie soluzioni ai tanti problemi da cui la terza serie è gravata. Perchè la chiusura mentale che lo connota induce a confinarsi nel proprio orticello, grande o piccolo che sia. Fino ad autoinfliggersi forme di oggettiva arretratezza culturale.
Occorrerebbe, dunque, una sorta di rivoluzione copernicana che tarda ad arrivare. Un’esigenza che assume, nel malandato pianeta C, carattere di urgenza e di emergenza. Pena la definitiva emarginazione, fino al rischio della scomparsa, di una categoria che pure occupa un suo specifico ruolo nel panorama professionistico del calcio italiano.
Per attuare questa riforma, in un contesto dominato da tanti e così diversi campanili, diventa sempre più impellente lasciarsi alle spalle il retrivo atteggiamento mentale che frena il pieno e condiviso utilizzo delle risorse. Ciò che ha consentito e consente, agli assonnati vertici della Lega di Firenze, e in primis al suo presidente Mario Macalli, un indifendibile immobilismo. Quello che sta portando la terza serie verso una deriva irreversibile, nonostante le tante frecce che avrebbe al suo arco.
In buona sostanza rilanciare la C1 significa forse cassare chi non ha saputo dirigerla nel migliore dei modi possibili, ma vuol dire anche fare ciascuno la propria parte per rimettere in moto un meccanismo ormai traballante.
In questo senso, il ruolo delle grandi (o presunte tali) che transitano (o pensano di transitare) attraverso la categoria, sarebbe assolutamente fondamentale. Così però non avviene. Anche i club blasonati si fanno travolgere dalle onde del disincanto, inseguendo solo i loro interessi personali e non collaborando a migliorare la categoria.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net