E’ corretto che una società di calcio professionistica, penalizzata di dieci punti per doping amministrativo dopo due distinti deferimenti da parte della Procura federale e altrettante condanne inflitte dalla Commissione Disciplinare nazionale, possa considerarsi rispettosa delle regole di lealtà e pari opportunità poste a fondamento della normativa che fa stato in materia di giustizia sportiva?
E’ corretto che ciò accada quando, nei confronti di questa stessa società, è in ponte un altro deferimento (il terzo) che sarà discusso il 12 maggio? Vale a dire nell’immediata incombenza dei playout ai quali questa società è stata ammessa a partecipare?
E’ corretto che ad una società di calcio professionistica sia consentito di fallire in corso di campionato e continuare a giocare come se nulla fosse?
E’ corretto che una seconda società professionistica, arrivata ultima in classifica nello stesso girone e matematicamente retrocessa in serie C2, si ribelli ai vedetti della giustizia sportiva?
E’ corretto che questa società, in segno di protesta, non scenda in campo contro una squadra in lotta per i playoff e gli spiani la strada? Alla faccia di tutte le altre concorrenti in lizza per la griglia promozione?
E’ corretto che due consiglieri comunali della città che porta i colori di questa società si incatenino in segno di protesta davanti al portone della Lega di serie C di Firenze?
E‘ corretto che il presidente di questa Lega non emetta, su tutta la controversa questione, uno straccio di comunicato ufficiale? E se ne resti invece trincerato in un silenzio assurdo e dirompente rispetto alla carica che ricopre?
E’ corretto che solo questa piccola società abbia cercato di alzare la voce contro la Lega di Firenze e contro un modo tanto ondivago di amministrare la giustizia sportiva? Al punto che la classifica finale del girone B della serie C1, in cui il club protestatario milita, non è ancora oggi definita? Dopo una settimana dalla fine del campionato?
E’ corretto che il presidente della Figc non scenda in campo per prendere in mano una situazione tanto ingarbugliata e deflagrante? E che si comporti nei confronti della serie C come si fa nei confronti di una cenerentola del calcio professionistico italiano, di cui però egli è la massima e sovrana espressione?
Al di là dei singoli torti e delle specifiche ragioni, su cui si potrebbe discettare all’infinito, è sulla risposta a queste domande che si trova la chiave per comprendere la lotta che vede contrapposto il Martina al Lanciano. Una guerra, almeno in apparenza, tra poveri. E che molti considerano, proprio per questa ragione, inutile e già persa in partenza.
In realtà, quella che ha dichiarato il Martina non è la guerra contro il Lanciano. E’, viceversa, la guerra al sistema nella sua interezza. Al presidente della Figc, Abete. A quello della Lega di serie C, Macalli. Alla Giustizia sportiva, amministrata dal superprocuratore Palazzi e dal suo pletorico staff.
E‘ un caso paradigmatico. Che permette, agli osservatori e agli addetti ai lavori più attenti, di capire fino in fondo come la situazione del calcio professionistico italiano sia ormai al collasso. E sia prossima a un punto di non ritorno, anche se la “casta” dirigente non lo vuole ancora lealmente ammettere.
Non si ricorda, a memoria d’uomo, un campionato più sconclusionato di quello che è stato disputato dalle squadre iscritte al girone B della serie C1. Il fatto che ciò sia avvenuto nell’indifferenza generale è un segno dei tempi che stiamo vivendo.
Come anche il fatto che le tante società blasonate di questo girone abbiano assorbito tutto, e di più, senza colpo ferire. Peggio di un pugile suonato. E che abbiano lasciato soli il Martina e il Lanciano a combattere la loro guerra tra poveri. Senza sentire il bisogno di schierarsi, per difendere una causa condivisibile e condivisa.
E’ corretto che le cose siano andate in questo modo? E' corretto che continuino ad andare così? Ai posteri l'ardua sentenza.