Il campionato di Prima Divisione della Lega Pro è iniziato sotto il segno del chiaroscuro. Pur se illuminato da alcuni fenomeni positivi, l’orizzonte si presenta alquanto cupo.
Molte le partite giocate a porte chiuse. Come pure quelle segnate dal divieto di trasferta per i tifosi ospiti. E, novità dell’ultima ora, i confronti aperti ai soli abbonati. Senza contare che è già iniziata anche la stagione dei deferimenti e delle penalizzazioni. Si vanificano i risultati ottenuti in campo e si continuano a stravolgere le classifiche.
Il fatto è che la Lega Pro non è la serie A. E neppure la B. Mancano, alla terza serie, gli introiti e la visibilità di queste due categorie. In pratica la vecchia serie C, i cui costi di gestione specie per la ex C1 sono assai vicini a quelli della cadetteria, è afflitta da tutti i mali del calcio professionistico italiano. Senza tuttavia godere di alcuno dei benefici finanziari e dei paracadute che toccano alle sorelle più fortunate. Continua perciò a rimanere confinata in un ghetto. Eppure deve (vuole?) scimmiottare in materia di regole e sanzioni, senza alcun nesso logico, le serie superiori.
La Lega Pro non si può permettere questi lussi né, tanto meno, può rinunciare al pubblico pagante. Vale a dire una delle poche fonti di introito per bilanci sempre più asfittici. Né si riesce a comprendere, a posteriori, il senso della suddivisione trasversale dei gironi. Che ci sarebbero state partite a rischio si sapeva. Come pure che il numero di derby altro non era che il prodotto di un puro calcolo aritmetico. E allora? Perché mettere insieme club che avrebbero tenuto fuori la gente dagli stadi? Svilendo lo spettacolo e mettendo con le spalle al muro le società?
E’ ineludibile una riforma radicale della terza serie. Al di là del fatto mediatico che si voglia chiamarla Lega Pro o come meglio si preferisce. I club iscritti sono troppi. Tutti dicono che si devono ridurre, ma nessuno trova il coraggio di farlo. Non c’è spazio per 90 società in una categoria che di professionistico rischia così di mantenere solo il nome e la facciata. Il compito del presidente Macalli e della Lega di Firenze è di avviare, da subito, la rivoluzione copernicana che occorre realizzare. Perché i cambiamenti si fanno adesso e non a fine campionato.
Il modello inglese resta, a nostro parere, un esempio virtuoso da seguire. Le squadre della Football League (la nostra Lega Pro) sono appena 48. Di queste 24 militano in First Division e altre 24 in Second Division. Tutto il resto, in Inghilterra, è calcio dilettantistico. Senza rifarsi a un format collaudato (ovvero a un altro che bisognerebbe avere la fantasia di inventarsi) e stabilire fin da ora le regole per realizzare il cambiamento dal prossimo campionato, la situazione non potrà che precipitare.
E’ tempo che il presidente Macalli, se vuole davvero lasciare un segno nel pianeta calcio italiano e dare un senso alla sua lunga carriera di dirigente (come fece a suo tempo il mai dimenticato Artemio Franchi), si metta da subito al lavoro per realizzare a tappe forzate una riforma che da sempre dice di volere. E di cui è arrivato il tempo che si faccia promotore e volano. Tutti gli sarebbero grati per questo sforzo che potrebbe cambiare, in senso positivo, un prodotto da lustri in debito di ossigeno.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net