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Mer, 19 Nov 2008 12:31:00

Lega Pro, e lo chiamano calcio


Le recenti esternazioni del presidente della Lega Pro, Mario Macalli, hanno definitivamente messo il dito nella piaga. La terza e la quarta serie nazionale non possono andare avanti in questo modo. Tra crisi finanziarie a ripetizione, dirigenze distratte e pubblico tenuto lontano dagli stadi. La soluzione consisterebbe nel dare alla categoria la sua propria mission, frutto di una drastica riforma. Ma questa tarda ad arrivare.

Lega Pro, una categoria da rifondare


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Redazioneweb - calciopress.net

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Per la Lega Pro i problemi sembrano non finire mai. Le crisi finanziarie a ripetizione portano ogni anno alla scomparsa di club gloriosi. L’anno scorso è toccato, tra gli altri, alla centenaria Lucchese. Una squadra che ora si dibatte in serie D, dopo che ai suoi tifosi erano stati promessi clamorosi obiettivi. Questi eventi mandano in depressione intere città, che sarà poi difficile riconquistare alla causa. Le dirigenze appaiono sempre più distratte e poco attente alle esigenze di tutela delle maglie. Eppure dovrebbero saperlo che il business, in queste categorie, non esiste e non attacca. E così mollano tutto quando meno te l’aspetti, magari in corso di campionato (il Pescara dei Soglia docet), lasciandosi dietro il vuoto.

 

Il presidente Macalli continua a diffondere, con regolarità svizzera, oscure profezie che nessuno è pronto a raccogliere. Delinea scenari apocalittici, nei quali nessuno si vuole però riconoscere. I tifosi sperano che la disgrazia toccherà a qualcun altro, non certo a loro. Tutti fanno spallucce e tirano avanti alla meglio, senza alcuna vera progettualità. Perché i progetti richiedono cospicui investimenti. E gli investimenti iniezioni di liquidi che, in Lega Pro, è una chimera riuscire a trovare. Così Macalli, inascoltata Cassandra, dovrà assistere alla caduta di Troia. Magari per opera di un cavallo che sarà introdotto all’interno delle mura dai suoi stessi abitanti. 

 

Adesso ci si sono messi anche l’Osservatorio, il Casms e i Prefetti a complicare le cose. In una categoria senza introiti e senza visibilità, che vive sull’evento domenicale, si stanno cominciando a mettere i bastoni tra le ruote anche ai (pochi) tifosi ancora disposti a stare al gioco. Ormai si è perso il conto delle partite giocate a porte chiuse, vietate agli ospiti, aperte ai soli abbonati e chi più ne ha più ne metta. Se a tutto ciò si aggiunge l’obsolescenza di impianti fuori norma, con il conseguente obbligo per molte squadre di giocare in città estranee (anche in questo caso il Pescara docet), il quadro è completo. I tifosi sono stanchi. Non ne possono più. E però sono loro i veri utenti del prodotto calcio, quelli su cui si regge tutta la fragile impalcatura.

 

L’ennesimo grido di allarme lanciato all’indomani della delibera del Casms che aveva posto severe limitazioni di accesso per il pubblico al derby Padova-Venezia (all’interno di un impianto sicuro come l’Euganeo), non è stato raccolto. Eppure il patron biancoscudato Cestaro si era dichiarato pronto a non far scendere in campo la sua squadra. E il presidente Macalli, a sua volta, era parso disponibile a bloccare i campionati.

 

E' finito tutto in una bolla di sapone e non se ne è fatto un bel niente, more solito. Perché, in Lega Pro, tutti sono chiusi nella difesa del loro orticello e guai a chi lo invade. Il provincialismo dilaga e di lotte condivise non se ne vuole proprio sapere. Anche se fermare i campionati, per una ragione cruciale come questa che mina alle fondamenta la sopravvivenza della categoria, sarebbe stata una decisione buona e giusta.

 

E’ ancora calcio quello che si gioca in Lega Pro? Valga almeno il beneficio del dubbio, per gli addetti ai lavori più attenti alle dinamiche di questa categoria. Il fatto è che servirebbe (serve) un nuovo modello di calcio. Occorrerebbe attuare quella riforma radicale che tutti dicono di volere e che nessuno si sente di lanciare, la sola in grado di tracciarne la vera mission. Un’opzione che potrebbe significare il distacco da certe poltrone troppo comode, sulle quali conviene restare incollati. Alla faccia degli interessi della collettività e, soprattutto, dei tifosi.

 

Il Nuovocalcio, parafrasi del Nuovomondo di Crialese, richiederebbe infatti capitani coraggiosi di cui oggi non vi è traccia in questa società opaca e omologata. Ma anche eroi silenziosi, come quelli che all’epoca delle grandi migrazioni dettero il via al mondo civile e globalizzato nel quale oggi viviamo. E però di questi eroi, nel calcio moderno e non solo, non se ne trovano più.

 

Sergio Mutolo - www.calciopress.net


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