C’è un film americano del 1998, diretto da Gary Ross, che alcuni forse non conoscono. Si chiama Pleasantville. Aiuta a riflettere, in modo leggero e profondo insieme, sugli opposti che governano il mondo. Conservazione e progresso, immobilità e divenire, scelta tra il non essere indolore e l'essere che è capace di emozionare. Con interessanti divagazioni sulla nascita dell'intolleranza nelle sue varie forme.
La Pleasantville del film è una cittadina immaginaria, creata nel 1958 per esigenze televisive, dentro la quale si svolge una soap opera di gran successo negli anni novanta. Una sorta di Paradiso, però in bianco e nero. Un luogo fatato, dove non accade mai nulla di brutto o di stravolgente. Tutto è pilotato per essere piacevole e senza sorprese. Le strade non arrivano da nessuna parte, non piove mai, le gare si svolgono senza vincitori e vinti, i libri hanno solo pagine bianche, l'arte non esiste per non creare turbamenti, gli adolescenti ci sono ma il sesso no.
Ecco però che due ragazzi americani degli anni novanta (fratello e sorella) attraversano lo schermo televisivo ed entrano in questo luogo immaginario, riuscendo a far parte di quella soap seguita puntata dopo puntata e conosciuta a menadito. Il loro arrivo porta il vento del cambiamento, tanto che a Pleasantville cominciano ad apparire tocchi di colore (un'auto gialla, una ciliegia o una rosa rossa, occhi castani, labbra rosa) che rappresentano altrettanti segni di trasgressione dei suoi (fino ad allora) immobili abitanti.
E’ vero, ne nasceranno conflitti e anche violenza, ma la forza della vita reale renderà umano e autentico quello che era ridotto a un opaco Paese dei balocchi ingabbiato nel suo tetro bianco e nero. I due protagonisti torneranno nel loro tempo consapevoli che il conformismo può essere letale e che la nostalgia è sempre canaglia.
Osservatorio, Casms e Prefetture spingono da tempo in Italia verso partite senza tifosi ospiti, se non addirittura in impianti chiusi al pubblico. Il calcio sembra destinato a diventare uno spettacolo in bianco e nero, senza le emozioni che solo la partecipazione del pubblico è in grado di offrire. Tutto bene, perché la violenza va combattuta. Ma tutto davvero giusto e proficuo in prospettiva?
La serie A e la serie B potranno (forse) sopravvivere grazie al fondamentale supporto dei media televisivi. Ma tutto questo, per la Lega Pro, potrebbe equivalere a una sorta di azzeramento. Anche perché il pubblico pagante, in un torneo che non ha il sostegno delle televisioni e degli sponsor, rappresenta una fonte ineludibile di sussistenza per club già molto provati sotto il profilo economico.
In terza serie un calcio ridotto in bianco e nero sarebbe esiziale per il futuro del prodotto, come dovrebbe sapere bene anche il presidente della Lega Mario Macalli. In questa categoria occorrono partite a colori, cui solo il pubblico pagante può dar vita. Diversamente questo tipo di eventi sportivi non ha altre significative casse di risonanza. A meno che non si intenda costruire, in Italia, una sorta di Pleasantville calcistica. Assurda mistificazione della vita e dello spettacolo che essa rappresenta.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net