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Ven, 28 Nov 2008 09:37:00

Taranto, tifosi traditi


Da sette domeniche Iacovone interdetto ai tifosi. Tradita la tifoseria tarantina. In atto una spaccatura con la dirigenza. Il rischio sta nella perdita del senso di appartenenza. Quello che tiene ancora in piedi il calcio italiano. In Lega Pro siamo alla deriva. Una situazione alla quale il presidente Macalli dovrebbe imprimere una svolta.

Taranto, tifosi


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(CALCIOPRESS) Taranto - Il Taranto, divenuto Taranto Sport nel 2004/05, nella scorsa stagione (i dati sono tratti da Digilander) raccolse in 11 gare interne 47.813 spettatori (4.347 la media per gara), occupando la seconda piazza nella speciale classifica alle spalle della Salernitana (11.524 di media) e sopravanzando nettamente l’Ancona (terza con 3.863). Nella semifinale dei playoff con il Crotone erano presenti allo Iacovone in 7.490 e nella finalissima con l’Ancona in 7.496.

 

La stagione precedente, quella 2006/07, i numeri erano stati ancora più alti: 82.500 spettatori in 15 gare (media 5.500), seconda posizione nello score a un’incollatura dal Foggia (primo con 5.792) e davanti all’Avellino (terzo con 5.053). Nella semifinale persa con l’Avellino lo Iacovone, e solo a causa della limitazione di capienza, contò circa 9.000 spettatori. 

 

Siamo partiti dai numeri perché i numeri non sono affatto freddi come sembrano e perché, di solito, non sbagliano mai. Ma, soprattutto, non si prestano a trucchi o fraintendimenti. Appare chiaro, dalle cifre che abbiamo sinteticamente snocciolato, che i tifosi tarantini sono da sempre tra i più numerosi e appassionati della categoria. E non solo. I dati li collocano, infatti, in una posizione di tutto rispetto all’interno del pianeta calcio italiano.

 

Ebbene, da sette lunghe domeniche, il popolo rossoblu non può mettere piede all’interno dello Iacovone. Un impianto che, dal 2 febbraio 2005 (la data del decreto Pisanu), non si è ancora riusciti a mettere a norma. La mancata spesa dei 245.530 euro necessari per gli adeguamenti prescritti, ha dunque comportato una perdita di incassi ragguardevole e si è trasformata in un boomerang sotto il profilo economico. Un atteggiamento mentale che rappresenta uno spaccato dell’Italia opaca, e pessimamente amministrata, di questi ultimi decenni.

 

Il peggio è che questa situazione, a prescindere da una ricerca delle responsabilità che non rientra nei nostri obiettivi, sta provocando una spaccatura tra la tifoseria e il presidente Blasi. Il dirigente è fortemente contestato, si dichiara deciso ad abbandonare la barra di comando e ha delegato alcune funzioni all’ex-nazionale Franco Selvaggi.

 

Ciò che più conta è che un simile stato di cose, vera antitesi di uno sport per sua natura popolare come il calcio, sta verisimilmente generando un disincanto diffuso tra i tifosi tarantini. Uno stato dell’anima che, congiunto alla crisi economica strisciante, potrebbe portare alla perdita di quel senso di appartenenza che da sempre identifica la città di Taranto con le maglie che ne portano in campo i colori. Alla fine dei conti, larghe frange di appassionati potrebbero decidere di lasciar perdere.

 

Se la gestione del pianeta calcio in generale (e della Lega Pro in particolare) è paradigmatica della deriva amministrativa del nostro Paese, la brutta pagina che si sta scrivendo in questi mesi a Taranto è la fotografia di una di quelle situazioni incredibili che non portano nessuno da nessuna parte. Senza che ciascuno si decida ad assumere le sue specifiche responsabilità.

 

Quando anche - e sempre troppo tardivamente - la situazione dello Iacovone sarà sanata, la spaccatura avrà comunque fatto i suoi danni. A quanti credono che certi distacchi siano comunque rimediabili, diciamo che spesso il tempo non è il buon medico che si ritiene che sia. La contrapposizione insanabile tra la dirigenza della Ternana e la tifoseria rossoverde, che ha ormai ridotto il Liberati a una cattedrale nel deserto, è la prova provata di come una città che si identifica con la sua squadra del cuore possa farsi prendere dallo sconforto e lasciarsi andare alla deriva. Anche se esistono esempi opposti, e confortanti, come quello dell’Hellas Verona e del Bentegodi.

 

Il fatto è che, nelle stanze dei bottoni, si sta cercando di trasformare il calcio in uno spettacolo virtuale all’interno di uno scenario di cartapesta. E soprattutto il calcio cosiddetto minore, quello della Lega Pro che pure in Prima Divisione raccoglie milioni di appassionati, rischia di affondare. L’avviso ai naviganti – in particolare a Mario Macalli che della Lega di Firenze è il presidente – si fa pressante. Il tempo degli allarmi è passato da un pezzo. Il Titanic della terza serie, con il suo carico di tifosi, sta affondando tra le note della mediocre orchestrina che si ostina a suonare sul ponte.

 

Sergio Mutolo - www.calciopress.net


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