In Italia il calcio è ormai diventato una sorta di triste tormentone. A ogni inizio di stagione è dato (quasi) irrimediabilmente per spacciato. E invece riesce a risorgere dalle sue ceneri come l’Araba Fenice, anche se non fa che lasciarsi alle spalle lutti e macerie. Una vera vergogna, a voler passare in rassegna l’elenco completo dei disastri che è stato in grado di combinare in tutti questi anni.
Le cause di questo sfascio sempre più incombente? Si è già scritto all’infinito sull’argomento e non sembra il caso di ritornarci. Nessuno è riuscito comunque a eliminarle finora, queste cause, per quanto chiare e nette esse risultino nella loro solare evidenza.
Eppure, nonostante gli scandali e la disaffezione della gente che alla lunga ha smesso di riempire gli stadi, il calcio resiste. Rimane ancora, senza dubbio alcuno, lo sport più seguito e amato dagli italiani. Una stella polare per milioni di tifosi e capace di riempire le cronache. E non parliamo certo, nè soltanto, di quelle di nera cui spesso viene dato anche eccessivo risalto. Non solo sulle pagine dei quotidiani sportivi (che sono addirittura quattro), visto e considerato lo spazio che gli dedicano tanti media generalisti il cui prestigio è fuori discussione.
Cercare di spiegare il successo di questo sport significa riuscire a penetrare il rapporto che lega il tifoso al calcio e, in particolare, alla sua squadra del cuore. Un compito tanto improbo, per gli addetti ai lavori, quanto per un professore mettere in testa a uno studente mediamente dotato la teoria della relatività.
Perché si torna ogni volta a essere catturati dalla magia del football, accada quel che accada? A essere trascinati dalla spinta irrefrenabile di andare a vedere cosa sono capaci di combinare sul campo le maglie che da una vita ci portiamo nel profondo dell’animo? Quei colori che non si cambieranno mai nel corso della nostra intera esistenza come invece accade, sempre più di frequente, con tutto quanto di altro ci confrontiamo?
Spiegare, a chi è estraneo a questa consapevole follia, quale sia il fil rouge che riesce a legare tanti milioni di appassionati a uno sport ritenuto ormai contaminato dal business e ciclicamente travolto dagli scandali più atroci, rimane un’impresa titanica.
E però non servono, per arrivare al nocciolo del problema, improbabili manifesti né prolisse tavole rotonde nè complesse analisi socio-esistenziali. Basterebbe dire che si, forse è uno sport alla frutta. Ma, come sempre, ce la farà a sopravvivere ai suoi stessi madornali errori. Il motivo? L’amore, probabilmente. Perché, come diceva Virgilio, nonostante tutto e tutti anche quando si parla di calcio omnia vincit amor.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net