Il calcio dei tribunali - Tutto cominciò nella lunga estate calda del 2003. Luciano Gaucci decise di intraprendere un'aspra battaglia legale per difendere gli interessi del club di cui era diventato proprietario, vale a dire il Catania. Che, guarda caso, coincidevano esattamente con i suoi. Vinse alla grande, come gli accadeva di solito a quei tempi, dopo essere riuscito a ritardare l’inizio dei campionati. Gaucci piegò la resistenza degli organi federali. Aprì nel sistema calcio una pericolosa falla, che nessuno è più riuscito a tappare. Al calcio giocato, si andò pian piano sostituendo quello parlato. Ai terreni di gioco, le aule dei tribunali. Alle società e ai giocatori, gli avvocati. Fu dato così l’avvio a quella pericolosa commistione tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria che ha contribuito, non poco, alla deriva del pianeta calcio.
Salviamo il salvabile - L’estate seguente, quella del 2004, si aprì con crisi economiche a raffica condite da salvataggi di società decotte grazie a escamotages sempre più raffinati (quanto discutibili sotto il profilo della liceità costituzionale). Diventarono la regola i ricorsi a cascata presso uffici, collegi, commissioni e quant'altro dai nomi impronunciabili per il tifoso medio. Roba fino ad allora ignota a chi pensava di sostenere le maglie sul campo con la forza di una passione incrollabile. La tragedia del calcio scommesse, vera truffa perpetrata ai danni delle città di cui certi giocatori indossano senza meritarselo i colori, fu messa a tacere pro bono pacis. Si moltiplicarono gli infortuni, di gravità spesso inaudita, a giocatori tenuti sempre più sotto pressione e condannati a scendere in campo senza allenarsi in nome della pay tv.
Lo tsunami di calciopoli - Sembrava di aver raggiunto il punto più basso nella scala della dignità che dovrebbe connotare il gioco più bello del mondo. E si sperava, da lì, di poter finalmente ripartire. Così non fu. Il dio danaro non aveva ancora finito di fare i suoi danni. Lo tsunami dell’estate del 2006 sarà difficile da dimenticare. Anche in questo caso si chiuse tutto in gran fretta. Si pensò bene di far pagare il conto a quanta meno gente possibile, pur di andare avanti. Qualcuno, come la Juventus, dovette ripartire dalla serie B e si vide cassati scudetti conquistati sul campo. Qualcun altro, leggi alla voce Inter, si attaccò sulle maglie un tricolore assegnato a tavolino. Si ricominciò senza aver fissato regole nuove. Senza aver attuato la rivoluzione promessa, tanto lungamente attesa quanto mai ancora realizzata. Secondo la regola italica del chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Una sola cosa sembra contare, per i vertici del calcio italiano. Scordarsi in fretta del passato perché lo spettacolo possa continuare, per sfatto e sganasciato che sia. Sul punto Matarrese è sempre stato chiaro e forte.
Fallimenti a catena - Di fronte a un calciocaos di portata tanto estrema quanto megalitica, impallidiscono le stesse drammatiche vicende delle singole squadre che rimangono a turno invischiate in un marasma che rappresenta ormai di routine. Tra le grandi restano paradigmatiche le vicende di Fiorentina, Torino e Napoli. Ma come dimenticare gli abbandoni drammatici toccati in sorte a club come Como e Venezia, costretti a ripartire praticamente da zero? Storie tenebrose. E, se anche colpiscono al cuore centurie di tifosi, chissenefrega. Viene da chiedersi come un imprenditore serio possa investire danaro, di sua proprietà e guadagnato onestamente con il suo lavoro, per immetterlo in un prodotto così scadente. Chi di noi affiderebbe i suoi risparmi a un istituto bancario che sta per fallire?
Che fare? - Eppure, non si sa come e perché, il sistema calcio continua ad attrarre e intrigare imprenditori (o presunti tali) che, con pervicacia degna di miglior causa, si affacciano alla ribalta delle cronache sportive e non. Le recenti vicende dell’Hellas Verona sono abbastanza significative. Ma questa è un’altra storia. Per riavvicinare persone carismatiche e di buon volontà, ci vorrebbe il coraggio di sistemare le cose una volta per tutte. Riuscire a fare piazza pulita, ma pulita davvero. Chiudere per sempre le porte a quanti hanno fatto danni irreparabili e che, però, continuano imperterriti a uscire dalla porta per poi rientrare dalla finestra. In parole povere, iniziare la rottamazione esattamente come si fa con le automobili. Occorrerebbe, in buona sostanza, avere la reale volontà di riscrivere le regole. E di ripartire da una “tabula rasa” finalmente credibile. Ma proprio qui sta il punto. Chi vuole davvero che cosa? Siamo nel libro dei sogni, forse. Come dicono gli americani, business is business. E il calcio, come tutto il resto d’altronde, non sfugge alla regola. Bisognerebbe però, in questo come in altri casi estremi che ci tocca subire in tempi così opachi, ricordarsi che siamo in Italia. E tirare finalmente fuori dal baule in cui stanno intristendo il genio e la fantasia che erano propri del genoma italico. Per dimostrare, a noi e agli altri, che siamo ancora capaci di inventare qualcosa e di rovesciare il mondo.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net