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Mer, 26 Nov 2008 12:01:00

Calcio, quando giocano i furbetti


Il calcio deve, troppo spesso, fare i conti con personaggi di ogni sorta. Soprattutto in Lega Pro, vero anello debole della catena. Liberi di scorrazzare e di affossare club carichi di storia. Le nostre città non meritano questa condanna.

Foto: Emma Rotini


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La vita pullula di furbetti del quartierino, come tutti sappiamo. Una razza dura a morire soprattutto in Italia. Gente che prova a costruire (presunti) imperi economici senza poter contare sul minimo di risorse finanziarie necessarie ovvero sulla base di fragili e opachi controlli azionari.

 

Il mondo del calcio professionistico, dalla serie A fino alla Lega Pro e passando per la B, è stracolmo di esempi del genere. Poco importa se si tratta di piazze che si trovano o meno nel centro del mirino. I furbetti ci provano e ci riprovano senza sosta. Passano in molti casi da una società all’altra, senza porsi (ovviamente) problemi di natura etica e infischiandosene di quello che la gente pensa di loro. Facce di bronzo e muri di gomma elevati all’ennesima potenza.

 

Se questi personaggi più o meno noti, con il loro inevitabile codazzo di nani e ballerine, riescono a impadronirsi delle maglie senza avere i minimi presupposti economici per farlo è anche (solo?) per la connivente indifferenza degli ordinamenti istituzionali che dovrebbero esercitare il controllo. Purtroppo, in Italia, si continua a pensare solo alla conservazione della propria poltrona infischiandosene altamente degli interessi generali.

 

Se a livello imprenditoriale e calcistico si allunga in Italia l’elenco dei dissesti e cresce il cumulo delle macerie, ci sarà pure una ragione. Se tante aziende private (quelle calcistiche non possono fare eccezione) non riescono a costruirsi un assetto stabile e scontano fallimenti a non finire (restando spesso a galla solo grazie a salvifici interventi pubblici), non è certo il frutto di una maledizione che si è abbattuta sul sistema Italia. Né può essere data la colpa a un destino cinico e baro che si accanisce sul nostro paese.

 

E’ piuttosto il portato delle pesanti responsabilità etiche di quanti (troppi), pur avendone il preciso compito istituzionale, hanno permesso questa paranoica debolezza strutturale del sistema. E hanno tollerato (tollerano), con colpevole indifferenza e connivenza, il paradosso di affidare il controllo delle imprese di ogni tipo a chi non è in grado di immettervi mezzi finanziari personali adeguati.

 

Fino a quando le tante istituzioni calcistiche non saranno in grado di esercitare tutte le doverose forme di controllo da troppo tempo eluse e quelle locali non disporranno di strumenti legislativi idonei per surrogare la mancata vigilanza a livello federale, le maglie continueranno a essere ostaggio di personaggi inadeguati. Inabili a elaborare e gestire un qualsivoglia progetto.

 

Si deve impedire ad avventurieri di ogni sorta, con forme di verifica ancora nel libro dei sogni quanto però ipotizzabili nel concreto, di scorrazzare liberamente per l’Italia quasi solo per sancire il de profundis di tante nobili società. Le nostre città e le nostre maglie non meritano questa ignobile condanna. Perchè va ricordato, sempre, che le squadre appartengono alle città di cui portano i colori. E vanno difese e protette, sempre e comunque.

 

Sergio Mutolo - www.calciopress.net


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