Le ragioni della riforma - La riforma dei campionati di calcio professionistici italiani è ormai ineludibile. Troppe 132 società da gestire e da controllare, visto anche il precario stato di salute in cui versa la maggior parte dei club. Senza contare l’obbligo di adeguarsi a norme fiscali sempre più rigorose e pressanti, la non secondaria necessità di verificarle in tempi e modi consoni, il bisogno di dare trasparenza a un prodotto che dovrebbe essere gestito come un’azienda ma spesso non lo è, l’esigenza di definire mission meno opache di quelle attuali per le singole categorie e, infine, il dovere etico dei vertici federali di tutelare al massimo i tifosi-utenti.
L’impulso alla riforma - Attuare una radicale riforma dei campionati professionistici significa andare a toccare interessi, e invadere orticelli vari, che ciascuno è pronto a difendere con le unghie e con i denti. Cambiare il format vuol dire anche (soprattutto) veder saltare comode e prestigiose poltrone. Il che, in Italia, rappresenta un pericolo mortale per chiunque si azzardi a metterci le mani. Che siano gli stessi vertici federali a promuovere una rivoluzione copernicana masochistica appare alquanto improbabile. L’impulso dovrebbe dunque arrivare dall’alto, cioè da un decreto governativo che imponga una riforma improcrastinabile, salvo affossare definitivamente il prodotto calcio.
I problemi della serie A – La mission della serie A dovrebbe essere quella di proiettare il calcio italiano sul piano internazionale, sia a livello di club che di nazionale. Per realizzarla si deve tornare rapidamente a un format di 16 squadre rispetto alle 20 attuali, che sono davvero ridondanti in tale prospettiva. Numero di partite minore, ma confronti sempre interessanti e tecnicamente pregevoli. Maggiore salvaguardia dei giocatori da infortuni dovuti spesso a eccesso di stress agonistico (Totti docet). Partecipazione alle varie coppe internazionali e alle gare della nazionale con risultati meno precari di quelli della stagione che si è appena conclusa.
I problemi della Serie B – Anche la mission della cadetteria andrebbe totalmente rivista. I gravi problemi finanziari che la affliggono, la crisi identitaria, la mancanza di visibilità a livello mediatico, l’estenuante lunghezza di un torneo popolato da ben 22 squadre, l’impossibilità di rinnovare accordi mutualistici con la serie A sempre più indigesti da riproporre, l’esigenza di garantire una vera autonomia economica. Sono solo alcuni dei problemi, ormai incancreniti, da risolvere e affrontare. La soluzione possibile sarebbe quella di passare a due gironi di 18 squadre ciascuno, ripescando molti club che soffrono la permanenza in terza serie. Facendo della cadetteria il serbatoio della serie A. Ciò grazie a una serie di accorgimenti: rose limitate, un vero salary cup, molti under 21 in organico e a referto, rilancio dei settori giovanili. Magari con un’appendice, al termine della stagione regolare, che metta in palio tra le prescelte un premio finale importante (partecipazione alle coppe europee?).
I problemi della Serie C – Tutta da ridefinire anche la mission della terza serie, spesso ridotta a cimitero degli elefanti. Oltre che, allo stato attuale, emarginata rispetto al calcio che conta. Non potrebbe essere diversamente con 90 società suddivise in 5 gironi (due di C1 e tre di C2) che affiancano realtà e piazze con bacini di utenza e obiettivi troppo diversi. In terza serie si dovrebbe tornare, il prima possibile, alla vecchia formula dei due gironi di 18 squadre ciascuno. Anche qui largo ai giovani (con almeno 7 under 21 a referto su 19 convocati), formule di finanziamento mirate e per obiettivi raggiunti, potenziamento dei vivai, accordi con le società di serie A e di serie B per programmi di sviluppo condivisi dei settori giovanili, partite da giocare rigorosamente di domenica, nessuno spezzatino indigesto. In questo modo i campi della serie C diventerebbero la palestra dei giovani calciatori italiani. Atleti dotati di ottimi polmoni, come la categoria richiede, da far crescere e maturare in contesti di provincia idonei a prepararli come si conviene al salto di categoria.
Ipotesi di format - Club professionistici ridotti da 132 a 88. Tutti gli altri nei campionati dilettanti. Serie A (Prima Divisione) di 16 squadre. Serie B (Seconda Divisione) con due gironi di 18 squadre ciascuno. Serie C (Terza Divisione) con due gironi di 18 squadre ciascuno. Studiare la possibilità di estendere a tutte le categorie professionistiche il meccanismo dei playoff e dei playout (per ridurre al minimo fisiologico il rischio di combines e tenere alto l'interesse dei tifosi fino al termine della stagione). Coppa Italia aperta a tutti i club professionistici. Riorganizzazione dell’intero settore dilettantistico.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net