Riuscire a scrivere libri come “Febbre a 90°”, “Alta fedeltà”, “Un ragazzo”, “Come diventare buoni” e “Non buttiamoci giù”. Essere innamorati pazzi del gioco del calcio e dell’Arsenal, dai tempi in cui giocava sul campo dell'Highbury. Possedere il prezioso dono di trasmettere ai lettori questo amore profondo. Conservare, alla rispettabile età di cinquant'anni, l’aria ingenua e disincantata da Peter Pan che lo unisce a milioni di altri tifosi rimasti eterni bambini. Indurre chi legge a gustare il sapore di ogni parola, per ritrovarsi infine a vivere storie condivise con chi le ha scritte.
Quando tutto questo si concentra in un solo autore, perché non considerarla una magia? Stiamo parlando, ovviamente, di Nick Hornby. Da un po’ di tempo in qua scrive meno di calcio. Il 5 giugno scorso il popolare scrittore londinese è intervenuto al VII Festival internazionale “Letterature” di Roma, che si svolge nell’incantevole scenario della Basilica di Massenzio. Mentre è uscito da poco in libreria il suo ultimo romanzo, “Tutto per una ragazza”, Hornby ha letto alcuni brani tratti dall’inedito “Se no è il finimondo” (titolo che nasce da una canzone di Cole Porter) accompagnato dalla musica live della cover band “I capolinea”.
Il suo amore per il calcio non è mai venuto meno. Hornby ha infatti curato anche una pregevole raccolta di scritti, uscita in Italia nel 2006 in occasione dei Mondiali. Si intitola “Il mio anno preferito” e raccoglie tredici storie che ruotano sul football. Ciascuno dei dodici autori selezionati dallo scrittore inglese (il tredicesimo è lui stesso) è chiamato a raccontare l'annata calcistica che ha saputo regalargli le maggiori emozioni.
L’Arsenal è una squadra che lo fa soffrire, parole sue. E’ fuori dalle coppe europee, vince poco, punta tutto sui giovani, è attenta ai bilanci, ha una rosa ristretta, evita di pagare ai calciatori cifre assurde. Insomma, quello che si dice un club virtuoso. Ma proprio qui sta il punto. Come afferma candidamente “una squadra sempre vincente non fa per me”. In queste parole c’è tutta l’essenza del tifoso, in qualunque latitudine egli viva. Perché un vero tifoso sa di essere nato per soffrire.
In un’intervista rilasciata nella circostanza al messaggero.it, Hornby ha detto che il calcio di oggi è uno spettacolo ormai riservato agli adulti e ai bambini. In Inghilterra, chi va allo stadio ha oggi mediamente 43 anni. Niente di strano. Quando lui era un ragazzo, il biglietto costava come quello della metropolitana. Dove li trovano i ragazzi, oggi, tutti i soldi che servono per pagare il prezzo attuale dei biglietti? Come fanno a seguire le tante partite che si giocano in una stagione? Insomma, la passione per il calcio invecchia mentre il futuro è nei giovani.
Il consiglio di uno come Hornby, che se ne intende di quello che dice, è una stilettata diretta ai manager del calcio-business attuale. Un prodotto pletorico e farcito di inutili star, ipertelevisivo e spettacolare soprattutto fuori del campo. Per ravvivarlo e dargli una prospettiva, bisogna tornare ad attrarre le giovani generazioni. La metafora finale è all’altezza del suo indubbio genio. “I manager? Dovrebbero imparare dai narcotrafficanti: ti vendono lo spinello a pochi soldi, ti abituano alla droga e quando non ne puoi più fare a meno, ti affibbiano la roba costosa”. Un pugno diretto nello stomaco, di quelli che il grande Nick sa come assestare al momento giusto e che ti lasciano stecchiti per terra. E però, senza un po' di fantasia e un filo di follia, il calcio potrebbe non farcela a restare a galla.
Sergio Mutolo – www.calciopress.net