E’ stato uno spettacolo, un vero piacere per gli occhi, assistere alla travolgente vittoria della giovane Spagna del vecchio Aragones contro l’altrettanto giovane Russia di Hiddink. Senso del collettivo e della verticalizzazione. Encomiabile rapidità degli schemi. Grande decisione nelle conclusioni. Correttezza in campo. Sulle tribune un pubblico all’altezza.
Una partita che riconcilia con il gioco del calcio quanti, in Italia, cominciano ad avere qualche dubbio sul fatto che valga davvero la pena continuare a perdere tempo con i pedatori nostrani. Ormai trasformati in scialbi fighetti privi di ogni mordente sul tappeto verde. Controfigure buone soltanto a fare la pubblicità sui media, in un avvitamento senza fine verso la mediocrità. Prova provata che, in campo, la carta della gioventù bisogna sapersela sempre giocare.
Nessuna timore reverenziale da parte di Aragones che, nelle ultime due gare, ha tolto dal campo la stella del calcio iberico Torres a favore di un oscuro (quanto decisivo) attaccante come Guiza. Mentre Donadoni non ha avuto il fegato di togliere neppure per un minuto il deludente Toni e ha lasciato ad ammuffire in panchina Borriello. A conferma che la meritocrazia, soprattutto nello sport, deve avere sempre e comunque la meglio.
Il fatto è che il calcio dimostra, ancora una volta, di essere la perfetta metafora della vita. La gerontocrazia italiana, un piede che schiaccia il muso del ricambio generazionale, è una zavorra ormai insostenibile nello sport come nelle logiche economiche. Un pericoloso freno per la meritocrazia. Sta inesorabilmente rallentando le dinamiche che dovrebbero essere alla base della crescita di qualsiasi movimento e/o prodotto. Impedisce di fare tabula rasa. Di dare il colpo di spugna sul passato e proiettarsi verso il futuro che incombe.
La giovane e arrembante Spagna di Aragones impartisce in campo una vera lezione alla piccola, spenta e vecchia Italia di Donadoni. Che si attacca ad un calcio di rigore pur di non ammettere la sua sconfitta e contestare la mancata riconferma. Senza considerare che è per lo stesso motivo che siamo gli attuali campioni del mondo.
Così la Spagna ci supera anche nel calcio, come ci ha ormai superato in ambito economico. Va in finale con la Germania, proprio come avvenne nel 1982 agli azzurri dentro un loro stadio al tempo del Mundial. Ribalta i valori. Diventa un modello da imitare, dopo che per decenni era accaduto esattamente il contrario.
Questa Italia ferma ai box dell’immobilismo più becero, eternamente in crisi, è un Paese che aspetta da troppi lustri di scendere ancora una volta in pista e riprendere la corsa che si è lentamente arrestata. Sarebbe ora che cominciassimo a guardarci intorno per realizzare il cambiamento che gli altri sono stati capaci di concretizzare.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net