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Sergio Mutolo

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Mario_Macalli_4 E’ passato più di un anno e mezzo. Nell’assemblea del 19 giugno 2008 nasceva, a Firenze, la nuova Lega Pro. Voluta del presidente Mario Macalli (nella foto), prendeva il posto della vecchia serie C. Da allora non si parla più di C1 e C2, ma di Prima e Seconda Divisione.

Tempus inesorabile fugit. Al di là del mero cambio di nome, possiamo dire che sia stato davvero realizzato il promesso “cambiamento epocale”? Che si sia andati, come era stato auspicato, verso una categoria organizzata “sul modello delle leghe inglesi”?  Se si esclude la regolamentazione delle rose, rispetto alla quale qualche passo avanti si è fatto verso la linea verde, la risposta è negativa su tutto il fronte. Dopo che si è chiusa la prima stagione della nuova Lega Pro e quando si è gia aperta la seconda, quasi nessuno dei problemi che assillavano la vecchia serie C ha trovato una soluzione.

Si può sostenere, a ragione, che la fortuna di Macalli riposi nell’oscuramento mediatico in cui resta confinata la categoria che dirige. La sua nuova creatura, esattamente come la vecchia, viene tenuta in un angolo dai principali organi di informazione. Travolta dalle traversie della A e della B, che occupano paginate di giornali e lasciano ben poco spazio alla consorella povera. Il che non aiuta affatto a sciogliere i tanti nodi che ingarbugliano la matassa.

Eppure la qualità del gioco espressa sul campo non è affatto disprezzabile. Né potrebbe essere diversamente, visto che in Prima Divisione  navigano (e hanno navigato) corazzate che richiedono (e hanno richiesto) milioni di euro per essere allestite. E che rappresentano piazze dal blasone indiscutibile.

Anche per loro è arrivato il momento di muoversi e di sollecitare cambiamenti, se in terza serie non ci vogliono mettere le ragnatele. Basti ricordare che solo Genoa e Napoli sono tornate su in un paio di stagioni. Alla Fiorentina è stato risparmiato un passaggio doloroso, catapultandola direttamente dalla C2 in B.

Conosce bene questo disagio una società come il Pisa, che ha impiegato una vita per tornare in cadetteria e che ora è precipitata nei dilettanti dopo una dolorosa e transitoria retrocessione in terza serie. Il Foggia da anni si trova bloccato in questa insidiosa palude. Per non parlare del Padova, che ci è rimasto intrappolato per ben due lustri. Al presidente Cestaro sono occorsi (pare) 40 milioni di euro in sei anni per disincagliare il club biancoscudato e farlo risalire quest’anno in serie B. L’Hellas Verona, nonostante l’incredibile sostegno del Bentegodi, sta mostrando enormi difficoltà a tirarsene fuori.

Quali i nodi irrisolti? I club iscritti hanno, in buona parte, difficoltà economiche croniche. Le crisi e i fallimenti si sprecano, falsando l’esito dei gironi spesso affidato alle decisioni della Giustizia sportiva e alla buona sorte. Le classifiche, in certi momenti del campionato, sono solo un’opinione. Gli impianti sono fatiscenti. Obbligano a veri e propri salti mortali per disputare regolarmente le partite di campionato. Idivieti di trasferta si sprecano.

In buona sostanza, del vaticinato modello inglese, in Lega Pro non se ne vede traccia. Viene da chiedersi se il presidente Macalli sia mai stato in uno stadio della Football League 1 e 2 (corrispettivi della nostra Prima e Seconda Divisione). Il problema di fondo resta quello di stabilire la mission della Lega Pro, o di come diavolo vogliamo chiamarla. Stabilire la strada da percorrere è il presupposto per affrontare qualunque viaggio. Si tratta di rifondare una categoria sprovvista di una sua propria identità.

Bisogna avere il coraggio di tagliare drasticamente le società iscritte, limitandolo a un numero da stabilire che consenta i controlli e le certificazioni che stanno alla base di un risultato sportivo basato su criteri di lealtà (verifica dei bilanci, idoneità degli impianti, rispetto scrupoloso delle regole e quant’altro).

Tutto il resto, per dare un futuro sostenibile al calcio italiano, andrebbe trasferito nei campionati dilettantistici. Esattamente come è stato fatto, da e per tempo, in Inghilterra. Mentre in Italia gli anni volano e non succede nulla di nulla. Tempus inesorabile fugit. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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