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Sergio Mutolo

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Mario_Macalli_1 La Lega Pro ha bisogno di una riforma. Anche il presidente Mario Macalli (nella foto) se ne sta rendendo conto. Per attuarla diventa impellente lasciarsi alle spalle il provincialismo che continua a prevalere quasi ovunque. Un atteggiamento mentale che frena il corretto utilizzo delle scarse risorse di cui questa categoria dispone. 

Il bello della Prima Divisione di Lega Pro (la vecchia e bistrattata serie C1), oltre al fatto di giocare la domenica, è un sano spirito campanilistico. Un atteggiamento mentale dettato dalle variegate realtà che confluiscono in una categoria troppo disomogenea.

Accanto al campanilismo vegeta però un (retrivo) provincialismo, che rappresenta una palla al piede per la crescita della terza serie nazionale. Uno stato d’animo che affligge la (quasi) totalità delle iscritte e che finisce per contagiare anche quelle blasonate. Che interpretano il passaggio in Prima Divisione come un momento transitorio nella “grande storia” del club e si trincerano, nell’attesa di defilarsi, all’interno delle mura del proprio nobile castello.

Se è vero che per alcune società dal luminoso passato (Genoa e Napoli) il transito attraverso questa vituperata categoria è stato lieve, per altre (Hellas Verona, Pescara, Arezzo, Foggia. Taranto e compagnia cantando), la faccenda ha assunto nel tempo contorni ben diversi. Al punto di trasformare quello che doveva essere un rapido e pressocchè indolore passaggio  nell’attraversamento di un’infida palude. Nella quale tante (più o meno) nobili decadute si sono impantanate, senza riuscire a tirarsene fuori nei tempi e nei modi programmati. 

Il fatto è che a nessuno piace rimanere intrappolati in un mondo periferico che non fa parte del proprio genoma calcistico. Eppure bisognerebbe saper essere realisti nella vita. Ossia valutare le situazioni per quello che sono e non per ciò che si vorrebbe che fossero.

Accade così che, in Prima Divisione, il provincialismo finisce per travolgere tutti. Grandi e piccoli. Marchiando in negativo una categoria che avrebbe viceversa bisogno di slancio e di fantasia per rinascere dalle proprie ceneri. Esso è infatti improntato, purtroppo per tutti, dalla scarsa (nulla) propensione a cercare le soluzioni giuste per risolvere i problemi. La chiusura mentale che lo connota induce a confinarsi nel proprio orticello, grande o piccolo che sia, che richiama a un’arretratezza culturale di stampo medioevale.

La Prima Divisione, al pari del sistema calcio, avrebbe (ha) urgente bisogno di una rivoluzione copernicana. Pena la definitiva emarginazione, e il conseguente rischio di scomparsa, che tocca a chiunque sia incapace di definire la sua mission.

Per attuare questa (dolorosa) riforma, in un contesto dominato da tanti campanili, diventa sempre più impellente lasciarsi alle spalle il retrivo atteggiamento mentale che frena il ragionevole utilizzo delle risorse disponibili. Che non possono (non debbono) più essere distribuite a pioggia tra un numero così abnorme di società iscritte.

E’ quanto sta cercando di fare, dopo anni di immobilismo, il presidente della Lega Pro Mario Macalli. Nelle sue ultime esternazioni, sembra aver imboccato la strada di un decisionismo del tutto latitante all’interno della Figc (ormai simile a un sepolcro imbiancato).

Per rilanciare la Lega Pro occorre dunque realizzare la riforma tanto attesa quanto mai messa finora in cantiere. Tutti – Federcalcio di Abete, Lega Pro di Macalli, società grandi e piccole, tifosi che hanno davvero a cuore il futuro delle maglie, organi di informazione, addetti ai lavori attenti e critici quanto occorre – dovrebbero (devono) fare la propria parte per provare a rimettere in moto un meccanismo ormai inceppato.

Si dovrebbe avere il coraggio di cominciare da un primo e fondamentale passo, mettere definitivamente in un angolo il provincialismo. Un atteggiamento mentale controproducente, al servizio di privilegi locali che non possono più rientrare in un quadro di interesse generale. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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