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Calciopress_08 Il calcio è un’azienda atipica. In serie A, come in B o in Lega Pro. Nel panorama imprenditoriale, la meno incasellabile. Il suo traino, infatti, è la passione dei tifosi. In una fase di disagio economico come questa che stiamo vivendo, senza apporti etici il calcio potrebbe andare alla deriva.

Il calcio non è un’azienda normale e, comunque, non può essere considerato soltanto un’azienda. Come è stato detto, e ripetuto fino alla noia, il calcio è la monetizzazione di un sentimento. Per questo è un’industria assolutamente atipica, la più atipica dell’intero panorama imprenditoriale. Il suo traino, infatti, è la passione dei tifosi.  

I tifosi non si ritengono semplici utenti del prodotto-calcio. Si sentono, al contrario, i “veri” depositari delle maglie che portano i colori della squadra del cuore. Quando entrano in uno stadio per sostenerla, i tifosi lo fanno non solo per vederla vincere. Ma, anche e soprattutto, per riaffermare un amore incondizionato. Ciò è avvenuto, e avviene, in tutte le latitudini del globo. Proprio per questo il football è il gioco ancora più seguito al mondo. 

Un imprenditore che si accinga ad assumere la guida di una società di calcio, dovrebbe sapere perfettamente che si andrà a confrontare con l’amore-umore dei suoi tifosi. Perché un club, piccolo o grande che sia, appartiene alla città. E, dunque, ai cittadini-tifosi. Il fatto che sindaci e istituzioni si impegnino così attivamente nella tutela dei diritti della squadra che ne porta i colori, fino a sovvenzionarla in certi casi, ne costituisce la prova provata. 

Se il cardine di ogni azienda purchessia è (dovrebbe essere) l’etica degli imprenditori che la dirigono, come ha dimostrato lo scoppio recente della bolla speculativa a livello planetario, ciò è tanto più stringente quando si parla di azienda-calcio. Il fatto che il binomio etica-calcio si sia (quasi) dissolto nel corso degli anni, non rappresenta certo un alibi. Anzi. Dovrebbe spingere a interrogarsi sul come e sul perché possa essere accaduto. 

Nel calcio c’è un disperato bisogno di etica, esattamente come nella vita. Che significa poter contare su figure di riferimento capaci di profondere, nell’azienda-squadra di cui hanno deciso di diventare i proprietari, tutto quanto occorre per farla funzionare come si deve. Il pianeta calcio è il più spesso popolato, viceversa, da dilettanti allo sbaraglio. O, peggio ancora, da cialtroni e squallidi guitti che si trascinano dietro improbabili codazzi di nani e ballerine. Gente senza idee, nè passione e neppure soldi in qualche caso. Veri e propri imbonitori, a dirla tutta, che operano addirittura per conto terzi. Come si può, anche lontanamente, pensare che costoro siano in grado di costruire progetti solidi, compatibili e sostenibili? 

Il fatto è che i tifosi continuano ad abboccare all’amo, inguaribili Peter Pan. Il disincanto generato dai tanti disastri pregressi non li induce ancora a riconoscere di che pasta sono fatti certi figuri, paracadutati sulle loro latitudini da chissà dove e chissà perché. Li stanno a sentire. Si fidano. Gli stringono al collo le sciarpe con i colori del cuore. Senza rendersi conto che saranno proprio loro, i tifosi depositari delle maglie, a introdurre all’interno delle mura di una Troia assediata il cavallo che nasconde nella pancia i soldati nemici. 

La stampa e gli addetti ai lavori avrebbero il compito di aprire gli occhi ai tifosi eterni bambini. Ciò avviene troppo di rado. Non c’è il tam-tam mediatico necessario per bloccare gli intrusi e isolarli dal contesto. E’ vero che il web sta cambiando (troppo) lentamente le cose e aiuta a smascherare tante ignominie. Ma è ancora troppo poco per impedire che il pianeta calcio continui a essere una prateria in cui figure di mezza tacca sono lasciate libere di scorrazzare e depredare.

 Né dovrebbe valere il mors tua vita mea che tanto spesso circola tra i tifosi in casi come questi. Non ci si salva dai disastri a forza di “io speriamo che me la cavo”. La storia insegna che non va mai augurato agli altri quello che non si vorrebbe accadesse a noi stessi. Il destino è una ruota che gira e può travolgere chiunque. 

L’unico modo per evitare coinvolgimenti non è dunque confidare nell’aleatorietà della buona sorte (l’italico stellone che, tante volte, funziona ancora), quanto costruire steccati normativi invalicabili da chi non dimostri di possedere le doti etiche ed economiche necessarie per mettersi a capo di un’azienda-squadra. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net 

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