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Sergio Mutolo

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Pallone e Tribuna Poco o nulla sembra cambiare nel pianeta calcio italiano, avviato verso una deriva infinita. Nonostante i dirigenti di turno ci inondino con fiumi di parole. Quando poi qualcosa cambia (in serie A, serie B o Lega Pro), cambia sempre e solo in peggio. 

“The Insider” è un film americano del 2000 diretto da Michael Mann. Parla della guerra del tabacco che vide contrapposte, negli anni ‘90, le grandi multinazionali e lo stato del Mississippi. Capo d’accusa, attentato alla salute pubblica. Le aziende furono condannate a pagare 246 miliardi di dollari, a titolo di risarcimento delle spese pubbliche sostenute per assistere e curare i fumatori ammalatisi di tumore ai polmoni. 

I due protagonisti, entrambi tratti dalla vita reale, sono il dottor Jeffrey Wigand (Russell Crowe), ricercatore di una multinazionale del tabacco e Lowell Bergman (Al Pacino), giornalista famoso per le sue interviste di attualità in “60 Minutes” (programma di punta della CBS). Wigand è uno scienziato. La sua moralità non può più tollerare condotte di cui è palesemente correo. Bergman lo marca stretto e lo convince a denunciare il marcio. Nessuno dei due sembra felice di ciò che è diventato. Entrambi, in fondo, hanno tradito ciò che avrebbero voluto e potuto essere. Ma, alla fine, trovano il coraggio di riscattarsi. Perché, per ritrovarsi, bisogna prima perdersi.  

C’è una scena illuminante, tra le tante (indimenticabili) disseminate lungo il film. Descrive, il giorno della testimonianza di Wigand decisiva per la condanna della multinazionale, l’incontro tra i protagonisti. La sua vita sentimentale e la sua carriera professionale ne usciranno frantumate. Lo scienziato è assalito dagli ultimi dubbi e dalle residue paure. Il colloquio, che si svolge sulle sponde del Mississippi, è scarno quanto illuminante. “Che cosa è cambiato?” (Wigand). “Vuoi dire da stamattina?” (Lowell). “No, voglio dire da sempre. Al diavolo, andiamo in tribunale” (Wigand). Una frase che suggella una scelta morale tardiva, ma (finalmente e fortemente) etica. A costo di buttare per aria tutto. Carriera, famiglia, solidità economica e, forse, anche sicurezza personale. 

Viene da ripensare a questo film, e a questa scena in particolare, mentre si riflette sulla irrisolta questione morale che pesa sul futuro del sistema Italia. E, di riverbero, su quello del mondo pallonaro. L’etica, di cui molti si riempiono (ipocritamente) la bocca in un periodo storico dominato da conflitti di interessi che si estendono a macchia d’olio ai vari campi del tessuto sociale, è un atteggiamento dell’animo molto impegnativo e assolutamente non pagante in termini personali. 

Che cosa è cambiato nel sistema calcio italiano nonostante i fiumi di parole che a turno i vari dirigenti si prodigano a vomitarci addosso? Questo si chiederebbe il Dottor Wigand nell’osservare, con disincanto, l’opaco scenario messo in piedi da chi detiene le leve del potere del football italiano (e non solo). Purtroppo per noi non si intravedono all’orizzonte nè il Wigand né, tanto meno, il Lowell di turno. Pronti a mettersi in gioco per cercare di rovesciare il tavolo. In nome di un’etica di cui molti non conoscono nemmeno l’etimologia. 

Intercetteremo mai persone in grado di cambiare davvero le cose anche alle nostre latitudini? Capaci di dire quello che pensano e di pensare quello che dicono? Con la voglia di restituire ai tifosi il calcio che si meritano? Ma via, questo è solo cinema. Però l’utopia ci porta ancora a sperare che, prima o poi, possa succedere. E se non ora, con i venti di crisi che soffiano peggio della bora, quando? 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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