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Sergio Mutolo

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CalcioPress_019 La protesta della Lega Pro sulla ripartizione dei diritti tv insiste su uno dei punti critici del sistema calcio italiano. Troppi i club professionistici (132). Troppo poche le risorse economiche a disposizione. Si avvicina il tempo delle riforme. Per risolvere i problemi non basta la scissione tra Lega di serie A e Lega di serie B.   

La protesta messa in atto dai club della Lega Pro sulla ripartizione dei diritti tv, insiste su uno dei punti critici del sistema calcio italiano. Troppe le squadre professionistiche (addirittura 132) e troppo poche le risorse economiche a disposizione, che si riducono in buona sostanza al miliardo di euro dei proventi della pay per view. 

Una somma cospicua, della quale però soltanto 10 milioni (1%) toccherebbero alle 90 società (un’abnormità!) incluse nella terza e quarta serie nazionale. La maggioranza, certo. Ma anche, senza ombra di dubbio, la componente più povera e meno garantita (lo provano i fallimenti a casacata degli ultimi anni). Il presidente Macalli insiste perché questa cifra sia elevata ad almeno 40 milioni di euro (4%). 

Il fatto è che l’obbrobrio non è rappresentato dalla protesta in sè, corretta nel concreto anche se sta creando una spaccatura tra le componenti istituzionali e finisce per tradursi in una lotta tra poveri (che vede contrapposte Lega Pro e Lega Nazionale Dilettanti). L’anomalia è rappresentata, piuttosto, dal numero incredibilmente alto di club che ruotano in Italia attorno al mondo professionistico. La crisi incombente conferma che questa realtà non è più compatibile, né tanto meno sostenibile, con le attuali risorse finanziarie. 

Si tratta dunque di modificare il format dei campionati e di procedere, quanto prima, a una drastica riduzione delle società incluse in un sistema pletorico visti i tempi che corrono. In assenza di idee, come pure di scatti di fantasia latitanti tra i brontosauri che occupano da lustri le stanze dei bottoni, è necessario rifarsi a modelli organizzativi che in Europa hanno dimostrato di funzionare.

Sotto questo profilo il sistema inglese è, a nostro parere, sicuramente vincente. Oltre Manica è stato messo a punto un modello agile e semplice da dirigere. Per tempo (dal 1992) è stata infatti decisa la scissione in due Leghe: una corrispondente alla nostra serie A e l’altra che include le tre serie nazionali professionistiche (dove vige la regola del 24, applicata anche alle categorie dilettantistiche). 

Il risultato è un modello che comprende solo 92 squadre (40 in meno del nostro), flessibile e correttamente gestibile a tutti i livelli (sia pure con la perdita di un notevole numero di poltrone per i dirigenti…), anche per quanto riguarda i dovuti controlli sullo stato finanziario dei club.

 La FA Premier League include solo i 20 club della massima serie. Tutte le altre società professionistiche (72) fanno parte della Football League, che comprende: la Championship (la nostra serie B, 24 squadre), la FL One (la nostra Prima Divisione, 24 squadre) e la FL Two (la nostra Seconda Divisione, 24 squadre). Il resto del calcio inglese (72 club) rientra nella Football Conference (omologa della nostra LND), divisa in: Conference National (24 squadre), Conference North (24 squadre) e Conference South (24 squadre). 

E’ evidente, pertanto, che in Italia la scissione tra serie A e serie B (a regime dal giugno del 2010) non può che rappresentare il primo passo di una serie di eventi ormai ineludibili. Una catena che, seguendo il modello inglese, potrebbe alla fine consentire: a) la riduzione globale dei club inclusi nel calcio professionistico per una più equa distribuzione delle risorse; b) l’accorpamento nella stessa Lega delle società iscritte alla seconda, terza e quarta serie; c) la revisione dello stesso sistema dilettantistico, a sua volta ridondante e poco sostenibile economicamente. 

A una riforma bisogna comunque arrivare. E bisogna arrivarci quanto prima. La questione del metodo diventa (quasi) secondaria rispetto all’urgenza del fare. A questo punto poco importa ispirarsi alle linee guida del (vincente) sistema inglese ovvero di un diverso modello organizzativo europeo o infine di un’altra formula ancora da inventare. Si tratta solo di iniziare a metterla in cantiere. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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