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Sergio Mutolo

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Mario_Macalli_1 Tecnici esonerati a ritmo incalzante. Calciomercato spesso fuori budget, per una categoria a rischio come la Prima Divisione nazionale della Lega Pro guidata dal presidente Mario Macalli (nella foto). Montagne di soldi dilapidate per investire in progetti aleatori. Nella stagione scorsa cancellate società storiche come Avellino, Pisa, Treviso, Venezia, Sambenedettese e Pistoiese (senza dimenticare il brutale destino toccato alla Lucchese due anni fa). Eppure lo scialo continua. Tra la sostanziale indifferenza degli addetti ai lavori e dei tifosi. Che, delle maglie, dovrebbero essere i primi tutori. Ma scendono in piazza solo quando le squadre del cuore sono cancellate dal panorama del calcio nazionale. 

In Prima Divisione alcune società, anche se in numero inferiore rispetto alle scorse estati, si sono avventurate in campagne acquisti milionarie in termini di euro e stanno facendo il passo più lungo della gamba. Tecnici esonerati a ritmo incalzante. Calciomercato fuori budget. Ingaggi stratosferici a giocatori dall’incerto futuro. Tutto farebbe pensare a presidenti con risorse illimitate, mentre si sa che le cose non stanno in questi termini. Come ama spesso ripetere il presidente della Lega Pro, Mario Macalli, senza però decidersi ad attuare mai regole davvero stringenti che impediscano certe condotte azzardate. 

Il rischio di saltare, in Prima Divisione, è sempre in agguato. Basta che il mecenate di turno venga meno agli impegni presi e tutto va a carte quarantotto. Nell’ultima stagione sono state cancellate (tra le altre) società storiche come Avellino, Pisa, Treviso, Venezia, Sambenedettese e Pistoiese. E come dimenticare il brutale destino toccato due anni fa alla Lucchese? Un caso paradigmatico quello del club toscano. Per i tifosi rossoneri il passo è stato breve, dalla serie A prospettata in tre anni alla mancata iscrizione in Lega Pro. 

Il fatto è che la neonata Lega Pro rimane pur sempre la vecchia serie C1. Vale a dire un campionato che si può trasformare, con incredibile facilità, in qualcosa di simile a un inferno. Molti dirigenti ritengono che, proprio per questa ragione, ci si debba transitare per il minor tempo possibile e non vedono l’ora di togliersi di torno. Spendono e spandono per risalire. Ma per andare dove? In una serie B sempre più oscurata e mortificata?

Tale (sciagurata?) condotta è talora determinata dalla spinta delle piazze. Si vuole tutto e subito. Non ci si rende conto che, buttando soldi dalla finestra e legandosi con abnormi ingaggi pluriennali a giocatori che si rivelano poi impresentabili per la categoria, i nodi verranno prima o poi al pettine. Altrimenti come si potrebbero spiegare i fallimenti che, da molti anni a questa parte, sono diventati una costante storica della terza serie?

La stampa, e i tifosi, fanno poco o nulla per contrastare certi comportamenti. Anzi, ci sono documentati casi in cui sembrano cavalcare la tigre. E spingere i presidenti a condotte che si dimostrano, nel tempo, veri e propri boomerang per le società (le città) di cui sono alla guida. Un maggior spirito critico e una minore ossequienza anche da parte degli organi di informazione, sarebbero fondamentali per evitare errori previsti e prevedibili.

Dalla Lega Pro tutti vogliono andare via il prima possibile, salvo rimpiangerla quando viene definitivamente perduta. Nessun club blasonato di passaggio si sforza di lasciare qualcosa di veramente costruttivo, e lungimirante, dentro una categoria nella quale si sente sminuito. E dove, viceversa, resta intrappolato talora per parecchi anni.

Ecco, così, che la Prima Divisione continua a non avere una sua precisa identità e resta un melting pot indefinito che non ha alcun appeal a livello mediatico. Mentre basterebbe sforzarsi, con poche e utili iniziative condivise, per cercare di costruirne una mission a misura della categoria. Il tempo stringe. Cambiare rotta si può e si deve. Presto, che è tardi. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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