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cappellino(CALCIOPRESS) – Il calcio minore avrebbe dovuto fungere da serbatoio della categorie maggiori. Era nato per questo. Con il passare degli anni, e con le accresciute ambizioni dei vari dirigenti, questa missione si è persa. Nelle varie serie domina il concetto della vittoria a tutti i costi. E quelle minori, soprattutto la Prima Divisione della Lega Pro del presidente Mario Macalli, sono diventate cimiteri di elefanti piuttosto che palestre per i giovani (foto: Emma Rotini).

Nelle aspettative dei maestri del calcio italiano, quando si arrivò a definire le divisioni delle società in vari campionati, c’era quella di vedere i campionati di terza categoria ed oltre, con la funzione di serbatoi idonei a far crescere realtà calcistiche da utilizzare, poi, nei tornei cadetti e di massima divisione. 

Con il passare degli anni, poi, e con le accresciute ambizioni dei vari dirigenti, questa funzione si è persa nelle varie categorie dominando il concetto della vittoria a tutti i costi e le divisioni minori sono diventate, invece, dei cimiteri di elefanti. Al di fuori della suggestione metaforica, invece di dare spazio ai giovani e di farli crescere, per vincere comunque, i dirigenti si sono riempiti di debiti facendo giocare, non elementi da dare alle due massime divisioni, ma prendendo da esse gli elementi scartati o per motivi di anzianità o di inadeguatezza tecnica. E molti sono arrivati nei campionati minori a svernare, o a conquistarsi qualche altro briciolo di fama, chiudendo, di fatto, gli spazi ai giovani emergenti molti dei quali si sono allontanati, strada facendo, proprio perché stanchi di aspettare il loro turno. 

Funzione mancata, quindi, da queste platee che avrebbero dovuto dare slancio vitale e nuova linfa al calcio nostrano diventando, di fatto, un palcoscenico per vecchie glorie. 

Per la verità, quando si sono trovati dirigenti illuminati, è stato possibile avere un giusto equilibrio di maturità calcistica e di giovanile baldanza e dei ragazzi hanno potuto usufruire della preziosa frequentazione con dei campioni che hanno insegnato loro i segreti del mestiere. Ma, molto spesso invece, si sono avuto casi di vecchi giocatori, pagati profumatamente per dare libera soddisfazione alla vanagloria del dirigente di turno, che hanno contribuito a soffocare le legittime aspirazioni di giovani talenti che si sono esauriti per mancanza di spazio vitale. Il risultato dannoso, oltre a quello di far diventare decotte alcune speranze del calcio locale, è stato quello di impoverire ulteriormente delle società che hanno, poi, chiuso miserevolmente per fallimento. 

Dicevo di funzione mancata e di sperpero di forze fisiche ed economiche. A questo “disastro” gestionale ha contribuito anche la falsa interpretazione dell’età giusta in cui si può giocare a livelli professionali: a diciassette anni dei talenti vengono tenuti in naftalina perché troppo giovani…a venti anni cominciano ad affacciarsi ad impegni concreti per poi ritrovarsi “vecchi” per poter aspirare ad entrare in rose impegnative. 

Pochi capiscano il fatto che se uno è bravo può e deve giocare anche nella massima divisione, con la sola accortezza di distribuire al meglio i carichi di lavoro essendo il fisico in formazione. Solo questo, e non l’ostracismo autolesionistico di chi fa calcio non riuscendo a comprenderne i veri valori. 

Gianni Lussoso – www.calciopress.net

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