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Mario_Macalli In un silenzio mediatico assordante e nel disinteresse generale la Prima Divisione guidata dal presidente Mario Macalli (nella foto) si trova, alla quarta giornata di campionato, ad affrontare una situazione assurda. Già da tre turni quasi la metà delle partite in calendario si svolge nel segno del divieto di trasferta. Quali le ragioni di questo stato di emergenza che equivale a un vero disastro? 

Se qualcuno nutriva ancora dubbi sul ghetto mediatico al quale da anni è condannata la Lega Pro (ex serie C) guidata dal presidente Mario Macalli, è ampiamente servito. Nella Prima Divisione di Lega Pro giunta alla quarta giornata di campionato, in un silenzio assordante e nel disinteresse generale, si sta infatti delineando un quadro a dir poco disastroso. La situazione correlata ai divieti delle trasferte sta assumendo contorni drammatici. In soldoni, quasi la metà delle partite di una categoria che è pur sempre il terzo torneo professionistico italiano è stata fin qui giocata in uno stato di emergenza. Per quali ragioni?  

La causa non è riconducibile unicamente al Casms e agli organismi preposti alla tutela dell’ordine pubblico, che continuano a fare come sempre il loro lavoro e a chiudere i settori ospiti bloccando di fatto la circolazione dei tifosi. Il motivo di questo sconquasso risiede, anche, nella Determinazione numero 17 del 7 aprile 2009, emanata dall’Osservatorio delle Manifestazioni Sportive per definire la messa a norma degli impianti sportivi delle società iscritte alla Prima e Seconda Divisione della Lega Pro. 

Il succo del provvedimento è che per gli impianti con capienza inferiore a 7.500 posti della Lega Pro è necessario prevedere dall’inizio della stagione calcistica 2009/2010: a) biglietti nominativi; b) sistemi strutturali per la separazione delle tifoserie; c) istallazione di adeguati sistemi di video sorveglianza; d) impiego da parte della Società sportiva di un numero di steward ritenuto idoneo. 

Resta un mistero glorioso come si sia soltanto potuto ipotizzare che potesse andare rapidamente in porto un provvedimento di così difficile (e costosa) realizzazione – per di più reso noto praticamente a ridosso della nuova stagione agonistica e dunque con tempi di realizzazione strettissimi – in un campionato come quello di terza e quarta serie (ex C1 e C2) nel quale molti dei 90 (novanta!) club iscritti di professionistico hanno davvero poco. Senza tener conto della proverbiale lunghezza italica degli iter burocratici. Gli impianti, infatti, sono di proprietà dei comuni. Che hanno bilanci alla canna del gas. Come e più di quelli dei malmessi club di Lega Pro. 

Ciò è tanto vero che il Ministero dell’Interno, date le ovvie difficoltà che le società hanno incontrato per attuare i criteri della determinazione, ha concesso una deroga in cui si stabilisce che il termine fissato per l’ultimazione delle opere viene prorogato al 30 settembre 2009. Quello che succederà dopo è nelle mani di Dio. I tempi restano comunque strettissimi, le casse dei comuni sono vuote e quelle delle società di Lega Pro lo sono ancora di più. 

Quale logica detti certe strategie non è per niente chiaro e qualcuno ce la dovrebbe spiegare. Resta da domandarsi perché si sia dato il via al torneo in una tale situazione di precarietà. Senza contare che l’inizio dei campionati è stato anticipato  al 23 agosto, per la concomitanza dei Mondiali.  

Nessuno protesta. Non gli organi di (dis)informazione, sempre più distratti dalle vicende gossippare della serie A e disinteressati perfino alla negletta cadetteria. Non la Lega Pro di Firenze, che pure ha indubbie prerogative di carattere organizzativo in materia. Non i pochi opinionisti che si occupano a tempo pieno della terza serie nazionale. E, ciò che più conta, neppure le società.

I presidenti tutto sopportano, senza nemmeno provare a bloccare per un po’ di tempo un giocattolo che si sta ormai rompendo e dare alla questione la risonanza nazionale che meriterebbe. Eppure tra le 36 iscritte in Prima Divisione ce ne sono molte di grande blasone e che investono nei loro progetti milioni di euro. Come pensano di tirarsi fuori da quello che i loro tifosi chiamano un “inferno” senza mai muovere un dito?

Il fatto è che questo obbrobrio continuiamo a chiamarlo calcio. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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