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Sergio Mutolo

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telecamera_Stadio La scissione in seno alla Lega Nazionale Professionisti è stata determinata, anche e soprattutto, dalla divisione dei ricchi proventi della pay tv. I 900 milioni di euro in ballo hanno finito per sancire la definitiva spaccatura tra serie A e serie B. Il mitico modello inglese, ispiratore di tutti gli altri modelli europei, prevede uno spezzatino di partite e nasce da alcune specificità del contesto anglosassone. Che lo rendono difficilmente esportabile in Italia. 

La pay tv in Italia – La questione pay tv, intorno alla quale si è sostanzailamente determinata in Lega Nazionale Professionisti la spaccatura tra serie A e serie B, nasce da una questione di bilancio. E’ noto infatti che i ricavi di un club calcistico derivano dalla combinazione di tre voci: 1) diritti tv; 2) incassi al botteghino; 3) proventi originati da marketing, merchandising e sponsorizzazioni. Per stare dentro le regole le società professionistiche dovrebbero conteggiare introiti derivanti, per circa un terzo, da ciascuna delle categorie. E’ un fatto che, in Inghilterra, la maggioranza dei team rientra in questo tipo di situazione. I bilanci dei club di oltre Manica sono correttamente equilibrati fra le tre voci di ricavo. In Italia, viceversa, la maggioranza (la totalità?) dei club non rientra in questa tipologia di parametro. Tutt’altro. I ricavi provengono infatti, in una misura valutabile intorno al sessanta per cento (ovvero per quasi due terzi), dai soli diritti tv. In certi casi, questa proporzione arriva anche oltre. Un elemento aberrante. Che consegna alle televisioni il potere decisionale di stabilire i palinsesti del pianeta calcio italiano. Ovvero di imporre le date e gli orari nei quali disputare le partite. I club e i tifosi del Belpaese sono, dunque, alla mercè delle pay tv. 

La pay tv in Inghilterra – Il modello inglese di pay tv è quello che, in Europa, ha messo a disposizione dei club i maggiori introiti. Pertanto costituisce, per le società italiane e non solo, un modello da emulare. Si tratta però di conoscerne a fondo i meccanismi, per valutare se sia o meno giustificato pensare di esportarlo da quel contesto al nostro. In Inghilterra la pay tv è nata nel 1992, cioè diciassette anni fa. All’inizio l’affare valeva 191 milioni di sterline, per poi crescere in modo quasi esponenziale nel corso degli anni. Il controvalore per i club si è infatti attestato, per il periodo 2007-2010, alla considerevole cifra di 1.700 milioni di sterline. Per fare un raffronto, l’ammontare dei diritti tv su cui si stanno azzannando serie A e serie B in Italia dovrebbe essere (anche se non vi è alcuna certezza in merito con questi chiari di luna…) di circa 900 milioni di euro. Sky, per non incorrere negli strali dell’Antitrust dell’UE, ha rinunciato al suo monopolio. Nella Premiership si contano infatti sei pacchetti diversi: quattro sono appannaggio di BSkyB e due di Setanta. Senza entrare nello specifico dell’offerta, si deve comunque precisare che lo spezzettamento è totale. Ciò per garantire al tifoso da poltrona il maggior numero possibile di partite. In tutti i giorni della settimana e a tutte le ore del giorno. Questo anche per il fatto che le partite inglesi sono irradiate anche in Asia, dove l’appeal per la Premier è notevole. Bisogna perciò adattarsi alla differenza di fuso orario. Ecco spiegata la ragione per cui, in Inghilterra, si gioca anche all’ora di pranzo. La trattativa non è collettiva, ma singola. Gli incassi delle singole società dipendono dal fatto di essere state messe sotto contratto o meno.  

I proventi della pay tv in Inghilterra – La suddivisione dei proventi, nel modello inglese, avviene con percentuali predeterminate. Il cinquanta per cento, in parti uguali, viene distribuito a tutte le partecipanti al pacchetto. Il restante cinquanta per cento per una metà tenuto conto della classifica finale dei singoli club (il meglio classificato guadagna anche venti volte in più rispetto al peggiore del pacchetto) e per l’altra metà del numero di partite di ogni singola squadra di fatto teletrasmesse. Quest’ultima regola finisce per avvantaggiare le squadre che possono annoverare il maggior numero di tifosi da poltrona (ovvero quelli che si abbonano alla pay-tv per guardarsi le partite da casa). In Inghilterra, in termini di incassi da pay tv, i grandi club battono quelli piccoli per 4 a 1. In Italia il risultato è assai più eclatante, visto che il rapporto grandi-piccole diventa addirittura di 7 a 1 in termini di incassi. Tant’è vero che l’allora ministro per lo Sport, Giovanna Melandri, ha sancito per legge la vendita collettiva dei diritti tv (vietando la contrattazione singola).

Modello inglese e contesto italiano – Il modello inglese traslato in Italia, sarebbe di sicuro proficuo per i grandi club (Milan, Inter, Juventus, Roma e compagnia cantando). Ma non per le società medio-piccole. Club storici ma senza un largo seguito di tifosi – come Fiorentina, Genoa, e Sampdoria (per fare solo alcuni esempi) – non sembrerebbero affatto avvantaggiati da una soluzione di questo tipo. Inoltre i club inglesi sono proprietari degli stadi in cui giocano. Dispongono, al loro interno, di adeguati locali di ritrovo a disposizione dei tifosi in qualunque giorno e a qualsiasi orario si decida di disputare la partita. Questo perché il tifoso da stadio non deve mai soccombere, pena la sopravvivenza di un prodotto che vive anche del folklore connesso allo spettacolo dal vivo, al tifoso da poltrona. Tutti elementi che rendono il contesto anglosassone assai diverso rispetto a quello italico, e il suo spezzatino assai indigesto per le tifoserie nostrane. E, in quanto tale, alquanto improponibile in Italia. Almeno allo stato delle cose. 

Stefano Mutolowww.calciopress.net 

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