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Tempo di calciomercato. Tempo di cambiamenti e di abbandoni. Tempo di giocatori che si sganciano da progetti che avevano dichiarato ai quattro venti di abbracciare senza se e senza ma. Tempo di strade che divergono, per poi magari tornare a incrociarsi in un futuro forse non troppo lontano. Tempo in cui il colore dei soldi finisce per prevalere sul colore delle maglie. Tempo in cui si ha la prova provata che le bandiere non esistono (quasi) più. 

Si moltiplicano le storie di giocatori che decidono improvvisamente di lasciare una squadra per un’altra, di andare a giocare nella stessa stagione con una maglia di colore diverso rispetto a quella che hanno indossato fino a quel momento, di farsi stringere al collo la sciarpa di una squadra che fino a qualche giorno prima era stata l’avversario di sempre.  

Non ci sentiamo di puntare il dito contro nessuno. Nè riteniamo che questa condotta debba innescare commenti ipocriti e/o falsamente moralisti. Anzi. La giustifichiamo e la comprendiamo in pieno. In un mondo dominato dal dio danaro, certi comportamenti virtuosi non possono essere pretesi certamente da giocatori la cui carriera è breve e precaria. Specie quando militano, per sovrappiù, in un campionato minore e aleatorio come la Prima Divisione (la vecchia e derelitta serie C1).  

Professionisti che devono capitalizzare nel tempo, per sé e per le loro famiglie, un lavoro sostanzialmente a termine e che non si sa fino a quanto potrà durare. Magari interrotto sul più bello da un malaugurato incidente, di quelli che ti stroncano la carriera e ti confinano nell’oblio. Senza mai dimenticare che gli stipendi in terza serie nazionale, se mai vengono pagati con regolarità, non permettono alla media dei giocatori di rimpinguare in modo consistente il proprio conto in banca. E di assicurarsi un dignitoso futuro. 

Ciò che conta, secondo il nostro punto di vista, è che ogni atleta dia sempre il massimo in campo per la squadra con cui sta giocando in un certo momento storico. E quando, nonostante un periodo di permanenza breve, riesce comunque a conquistare il cuore dei suoi (provvisori) tifosi e a lasciarsi dietro una scia di rimpianto che spesso trasmuta nell’astio, si sarà ampiamente meritato le sue prebende. 

Il calcio è un gioco, ma per molti è soprattutto un lavoro. Anche per questo dovremmo a tutti i costi salvaguardare un prodotto che ancora riesce a divertirci, a regalarci momenti magici. E’ soprattutto grazie ai giocatori, che indossano più o meno temporaneamente i colori delle nostre squadre del cuore, che questo miracolo si ripete a ogni stagione. E di ciò dobbiamo essere solo grati. Perché, senza di loro, tutto resterebbe scritto nel libro dei sogni. 

Se poi in una società consumistica come la nostra il colore dei soldi finisce per prevalere sul colore delle maglie, alla fine poco importa. Non si dice forse che i giocatori passano e che solo le maglie restano? Ciò che conta è che un giocatore sia leale, che in campo non si risparmi mai e che sappia far emozionare i suoi tifosi. Così facendo avrà compiuto fino in fondo il suo dovere e sarà libero di prendere la sua strada. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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