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Michele_Monina Giornalista, scrittore, traduttore di testi e opere di grandi autori stranieri. Tutto questo ed altro è Michele Monina (nella foto), quarantenne marchigiano che spazia con disinvoltura tra tematiche socio cultari, musicali e sportive. Missione improba è citare la ventina di libri da lui scritti, tra questi però ci piace citare Vasco, la biografia (2007), Saghe Mentali (2008) in collaborazione con Caparezza e ultimo in ordine di tempo Tangenziali (2010, scritto insieme a Gianni Biondillo). Gli episodi violenti, però, verificatisi in occasione della gara Juventus-Genoa dello scorso 14 febbraio hanno reso strettamente attuale una vera e propria opera cult di Monina: Ultimo Stadio, in viaggio tra i tifosi d’Italia. La nostra chiacchierata con l’autore parte dal libro per poi convergere sui fatti di stretta attualità.

Come è nata l’idea di scrivere un libro sulle tifoserie d’Italia?“Parte da due presupposti: primo sono uno scrittore, secondo sono un tifoso, dunque per una volta ho voluto raccontare la mia passione. L’ho fatto per un motivo specifico, perchè spesso chi parla di ultras e delle curve lo fa senza cognizione di causa, magari da casa guardando la televisione o al limite dalla tribuna stampa, dunque con un ottica distorta. Invece io volevo raccontare la storia di uno che in curva ci è praticamente cresciuto”.

Il tuo è stato un viaggio pericoloso, hai anche rischiato l’accoltellamento. Ti è mai passata per la mente l’idea di interrompere il tuo reportage? Cosa ti ha spinto a proseguire?“E’ stato pericoloso, come può esserlo una qualsiasi domenica passata in curva. Nel libro non raccolto soltanto la parte del reportage, ma anche le mie esperienze di ragazzino, anzi di bambino. Ci sono anche delle esperienze che risalgono a trenta anni fa ad Ancona, che è la mia città natale. Allora i ragazzini potevano andare tranquillamente in curva senza rischi. Diciamo che, comunque, i pericoli maggiori gli ho corsi seguendo la mia squadra molto tempo prima di decidere di fare lo scrittore. Di recente ho rischiato nelle occasioni in cui ho fatto l’infiltrato nel mezzo di altre tifoserie. Chiaramente in quelle circostanze mi sono ritrovato ad affrontare delle situazioni atipiche. Spesso con un piede al di là del limite, perchè quando fai parte di una tifoseria non riesci a stare fermo”.

Il tuo libro parte dagli episodi più eclatanti di cronaca degli ultimi anni. Mi riferisco alle vicende Sandri e Raciti. Riagganciandoci agli accadimenti di Torino, sentiamo dire dal capo della polizia che ci sarà un’ulteriore “giro di vite”. Niente più striscioni non autorizzati, fumogeni e quant’altro. Questi però non sono concetti nuovi, anzi sono abbastanza scontati. Che ne pensi in merito? “Che non siano cose nuove mi pare abbastanza scontato, ma poi ciclicamente ritornano. La cosa bizzarra è che noi dovremmo essere in un regime da giro di vite: i tornelli e i biglietti nominali ne sono un esempio. Nel mio libro, che è un opera d’amore, per certi versi tradito, nei confronti del calcio, ho scritto che alcune frange della tifoserie entrando in stretto contatto con le società e i calciatori diventano quasi delle piccole società per azioni. Diciamo, quindi, che tutto ciò, che le istituzioni statali avrebbero potuto fare nei confronti della china violenta dei tifosi, è venuto meno perchè ci sono degli interessi economici. Sappiamo bene che in Italia nulla si può fare quando ci sono di mezzo i soldi. Non vorrei dare ragione a Fabio Capello, ma la frangia violenta delle curve può essere messa a tacere. Non so come dire, ma credo che da noi si sia utilizzato il sistema “mi fa male la mano, allora mi taglio il braccio”. Non penso che questa sia la soluzione giusta, perchè dovrei prima capire il motivo per cui mi duole la mano e magari curarmi. Diciamo pure che non sanno capire il mondo delle curve, perchè non ci hanno mai provato”.

Da un lato abbiamo nelle curve il generearsi di violenza, ma anche contestualmente passione e del colore, dunque qualcosa di positivo. C’è una strada alternativa che non sia solo quella della repressione? Non sarebbe il caso di salvaguardare la parte sana del tifo?“Sono assolutamente dell’idea che il mondo del tifo sia per un buon 98% da salvare. Ho una lunghissima frequentazione di stadi, probabilmente ci sono dei momenti nei quali anche le persone notoriamente pacifiche si trovano a spingersi agli estremi. Bisogna fare in modo che tali episodi non si verifichino. Ad esempio lo “sfottò” o il campanilismo sono cose molto italiane: io sono nato e vissuto ad Ancona e non ho mai messo piede ad Ascoli, perchè c’è una nota rivalità calcistica, per cui funziona così. Spesso si è risolto tutto con lo “sfottò” che fa parte del campanilismo senza scadere nella violenza, che è senza dubbio una degenerazione. L’idea che la repressione sia la soluzione è di per se sbagliata. Non sono io a dirlo, ma è dimostrato dai fatti: hanno messo i tornelli, impedito, in maniera subdola, di portare bandiere e striscioni allo stadio. Malgrado queste misure dobbiamo ricordare che negli stadi sono stati lanciati anche dei motorini, come accaduto qualche stagione fa a Milano. Credo che i controlli non ci siano. Allora perchè fare finta che la repressione sia la soluzione. Bisognerebbe agire come in Inghilterra, dove sono riusciti a sanare il problema degli hooligans: operando il giro di vite, ma allo stesso tempo utilizzando gli stessi holligans per risolvere la problematica. I nostri steward, invece, hanno la stessa credibilità che potrebbe avere un maggiordomo inserito in tale contesto, mentre quelli degli stadi inglesi per un buon 80% sono degli ex-holligans, dunque godono di maggiore credibilità e sanno cosa può succedere in uno stadio”

Nel tuo libro è compresa anche una capatina in Inghilterra. Quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra i supporters italiani e quelli anglosassoni?Oltremanica hanno sconfitto il “fenomeno” hooligans. Ritieni che il famigerato modello inglese sia la strada giusta da percorrere?“Premetto che ho voluto chiudere il libro facendo un salto in Inghilterra, in quanto sull’argomento trattato c’è una bibliografia ricca e poi perchè il calcio è nato lì. Vedere una partita in un campo inglese è completamente diverso rispetto all’Italia. Gli impianti sono stadi di calcio, quindi vedi la partita da un metro dalla linea laterale o dietro porta senza piste di atletica. Inoltre non ci sono più le palizzate che impediscono ai tifosi di passare da un settore all’altro dello stadio, ma anche di tenerli lontani dai calciatori. Diciamo che lì la repressione, se così vogliamo chiamarla ha funzionato: i biglietti sono tutti personali e numerati, sono presenti moltissime telecamere, caratteristica di tutta l’Inghilterra anche fuori dagli stadi. In sostanza la partita te la godi molto. Ci sono però due aspetti da sottolineare: innanzitutto il calcio inglese non è come quello nostro. Faccio un esempio concreto: un calciatore carismatico come Del Piero che si lancia, simulando, ad un metro dalla linea d’ingresso dell’area di rigore, in Inghilterra sarebbe stato fischiato da tutti i tifosi senza distinzione di fede calcistica. Ci sono giocatori molto forti nel nostro campionato che li non avrebbero storia. Gli atleti inglesi sono più sportivi e aizzano meno la folla rispetto all’Italia. In secondo luogo credo che anche le persone siano culturalmente diverse. Gli anglosassoni sono un popolo fiero, ma abituato alla monarchia, quindi penso che una repressione, come quella applicata oltremanica, da noi non funzionerebbe. Qui si tenderebbe per statuto ad aggirare la norma. Del resto abbiamo visto i tornelli nei nostri stadi e il modo in cui vengono aggirati. Ritengo che queste due caratteristiche abbiano reso nullo il tentativo di applicare da noi un sistema simile a quello inglese”.

Enrico Losito www.calciopress.net

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