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Sergio Mutolo

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Torino_tifosi_2 Ho letto qualche giorno fa su Tuttosport (rubrica “Radice senza radici”) un ricordo che è, nel contempo, una riflessione sullo scorrere del tempo e sull’incessante fluire dei sentimenti. Vorrei condividerla con i lettori di Calciopress ai quali potrebbe essere sfuggita. E, comunque, con tutti i tifosi che ancora hanno fiducia nel futuro del calcio moderno.

Il richiamo alla memoria, in casi come questo, non è patetismo. E’, viceversa, la riproposizione delle radici sulle quali si fonda questo bellissimo sport. Solo facendole riaffiorare ogni tanto alla mente, queste radici, il calcio moderno potrà sopravvivere a se stesso e all’opaco presente in cui lo hanno trasformato inadeguati padroni del vapore.

La storia del Toro (e del tifo che gli ha ruotato e gli ruota intorno) si presta più di altre a questi affondi nella memoria, per un passato ricco di aneddoti che hanno fatto la storia di questo sport. E poi perché l’epopea del Grande Torino sopravvive, nel tempo, anche a periodi marasmatici come i nostri. Chi non ricorda il fantastico “quarto d’ora granata” e il gesto di Valentino Mazzola che si tira su le maniche?

Ferruccio Novo era il presidente del Grande Torino tragicamente naufragato sulla collina di Superga. Per uno strano caso del destino non si trovava sull’aereo che riportava indietro la squadra dal Portogallo, dove i granata avevano giocato con il Benfica. Morirono tutti, in quel triste giorno di maggio, tranne lui. Un rammarico che si porterà dentro fino alla fine dei suoi giorni.

Riportiamo il commosso ricordo dei suoi ragazzi, raccontato da Tuttosport. Un tuffo nel passato che consente di intercettare le ragioni per le quali il Toro diventò il Grande Torino. Un mito che resiste al flusso inesorabile degli anni e rappresenta il giusto vanto della tifoseria granata. Perchè la storia siamo noi.

“Io li rivedo tutti, sono qui con me. Una grande famiglia, la fami­glia del mio Torino. Ogni anno quando la stagione volgeva al termine, mi giungevano le notizie più strane: Mazzola se ne va; Riga­monti vorrebbe andarsene; Ossola è sconten­to. I giornali riportavano vistosamente le no­tizie. Si diceva: il Grande Torino quest’anno va a pezzi. Poi, al momento buono, io parla­vo con Mazzola, parlavo con Ossola e con Ri­gamonti e tutto riusciva chiaro, semplice. La famiglia del Torino restava unita. Io li cono­scevo bene, uno per uno, conoscevo le piccole ansie di Valentino per i figlioletti; le preoccu­pazioni di Gabetto e Ossola per il loro bar, sa­pevo delle aspirazioni di ciascuno Per questo essi tutti vivono nel mio ricordo come dei ca­ri amici”. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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