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Calciopress_01 Il turnover è un indicatore aziendale della mobilità del lavoro. Il termine è utilizzato per misurare il rinnovo delle risorse umane nel corso di un determinato periodo e generalmente ricorre, come unità temporale, all’anno solare. Il turnover è un indicatore determinato dal numero dei lavoratori sostituiti nel corso dell’anno, in rapporto al numero totale dei lavoratori di un’azienda.

Nel calcio viene inteso come la rotazione naturale dei giocatori, in periodi di grandi sforzi agonistici ravvicinati nel tempo, al fine di preservarne l’integrità fisica. In base a questo criterio, che sulla carta viene adottato da tutte le squadre, le società hanno profuso il proprio impegno economico per conferire al proprio allenatore una rosa di giocatori congrua per gestire una stagione.

Per un buon organico si parla di 23-25 giocatori. Chi poi ha più possibilità economiche riesce anche a mettere a disposizione del proprio tecnico una rosa di una trentina di atleti. Ma è proprio vero che in Italia gli allenatori puntano al turnover? E che le società sono in grado di garantire rose di qualità e quantità? Partendo dal secondo interrogativo possiamo asserire che, almeno per quanto riguarda i club italiani, l’organico messo a disposizione dello staff tecnico è ottimale come quantità. Sulla qualità il discorso varia anche in base alle prospettive di campionato che una società si è prefissa in fase di costruzione della squadra.

Ma la domanda che bisognerebbe porsi è la seguente: gli allenatori come si pongono davanti al turnover? Partendo dal presupposto che non tutti la pensano allo stesso modo, di solito si tratta di un processo che viene molto decantato, ma quasi mai attuato. Se poi andiamo a vedere quante volte viene applicato sistematicamente nei diversi periodi della stagione, ci accorgiamo che il suo impiego è praticamente nullo (se si esclude la naturale sostituzione di giocatori infortunati).

C’è anche un’altra politica, sposata da diversi allenatori, che frena l’utilizzo della pratica del turnover e che consiste nel non schierare o non puntare su giovani talenti proprio per la loro età. Intesa, quando si parla del campionato italiano, come carenza doi esperienza e non viceversa come forza fresca che ha voglia di mettersi in mostra (salvo scoprirne tardivamente l’indiscusso valore). Per dirla tutta, in molti vogliono squadre giovani, ma quando le hanno a disposizione allora i giovani non li fanno giocare. L’altra politica è quella di preservare il giocatore avanti con l’età. Stiamo parlando di giocatori che hanno una integrità fisica comprovata. Questi vengono tenuti in naftalina, salvo utilizzarli per uno spezzone di partita ogni tanto e il più delle volte quando le cose in campo non vanno per il verso giusto.

Come poi è noto un po’ a tutti gli addetti ai lavori, nell’arco di un campionato e per questioni naturali, in base al tipo di preparazione posta in essere in pre-campionato esistono periodi di minor rendimento tra glie elementi della rosa. Una cosa normale, conosciuta da tutti i preparatori atletici e da tutti gli allenatori. Ma nessuno mette in atto il turnover, per poi lamentarsi di avere in rosa giocatori troppo giovani (inesperti) o troppo anziani (da preservare). Ma allora a cosa servono rose spropositate, se poi in campo vanno sempre i soliti noti? E perché ci si lamenta dei troppi infortuni, specialmente di tipo muscolare, se non si riesce a mettere a riposo chi viene impiegato sistematicamente ogni tre-quattro giorni?

Non giriamoci attorno, sappiamo il perché di questa situazione: tutto è legato ai risultati. Ecco che allora ogni partita è da vincere a ogni costo e si schierano gli stessi giocatori, sempre. E’ questo atteggiamento che induce a non puntare, o meglio, a non scommettere sui giovani e sulla loro voglia di emergere. Il rischio è troppo alto e le critiche, in caso di insuccesso, sarebbero innumerevoli. Quindi addio turnover. Siamo italiani e vogliamo solo vincere. Sempre e comunque.

Stefano Cordeschi – www.calciopress.net  

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