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Calciopress_Archivio______02 La Public Company, ovvero l’azionariato popolare, è una formula assai utilizzata nelle economie di stampo anglosassone: consente il controllo operativo di una società anche con il possesso di un numero minimo di azioni, a condizione che la maggioranza del pacchetto sia frazionata tra migliaia di soci.

L’azionariato popolare, con i venti di crisi che soffiano sul calcio europeo e mettono a repentaglio la sopravvivenza di club storici (Manchester United docet) è dunque una interessante alternativa alla tradizionale governance dei club. Tant’è che ha trovato importanti riscontri presso l’Unione Europea e numerosi parlamentari si stanno attivando in modo trasversale per diffondere un modello di gestione nel quale i sostenitori delle società calcistiche sono nel contempo proprietari del club.

L’ultima riunione si è tenuta a Bruxelles il 23 febbraio. Nel corso dell’evento, organizzato dall’europarlamentare belga Ivo Belet e dal gruppo Friends of Football, sono state gettate le basi per istituire una sorta di network tra tutti i movimenti esistenti. Perché, si sa, l’unione fa la forza.
In Europa esistono già tre quadri normativi strutturati di Public Company applicata al calcio. Si tratta dei modelli spagnolo, tedesco e inglese. 

1. In Spagna i club professionistici, a seguito della grave crisi finanziaria degli anni ’90, furono tutti obbligati a trasformarsi da associazioni in “Sad” (società sportive per azioni). Allo stato attuale solo quattro società hanno scelto di conservare una forma di tipo associativo: il Barcellona (160 mila soci), il Real Madrid (70 mila), l’Athletic Bilbao (35 mila) e l’Osasuna (15 mila).

2. In Germania, sempre alla fine degli anni’90, le associazioni sportive sono state trasformate in società di capitale controllate al 51% dai tifosi. Questa regola è in grado di bloccare ogni scalata di investitori privati ai club, qualora non sia gradita alla maggioranza dei soci.

3. In Inghilterra si è sviluppata la formula più innovativa, che consiste nel cosiddetto “Trust”. Si tratta di cooperative di tifosi con voce in capitolo all’interno del cda e, in generale, nella gestione dei club. Attualmente sono 160 i club inglesi con un trust di tifosi: di questi 15 sono di proprietà e sotto il controllo dei supporters. Il beneficio, a livello finanziario, è stato notevole. Si è infatti registrata, grazie a questo tipo di gestione, un’iniezione di quasi 30 milioni di sterline nel (travagliato) mondo del calcio britannico. Il diffondersi dei trust è stato facilitato da Supporters Direct, associazione nata per iniziativa dello stesso governo inglese.

Nel 2007, visto il successo ottenuto soprattutto dal modello tedesco e da quello inglese, è partito sotto l’egida della Uefa presieduta da Michel Platini il progetto di allargare l’azionariato anche al resto d’Europa. Oggi Supporters Direct fornisce consulenze gratuite, sia in ambito legale che finanziario, a gruppi di tifosi localizzati in tredici nazioni diverse (tra le quali anche il nostro Paese).

In Italia, il principale nodo da sciogliere è quello della forma giuridica verso la quale orientarsi. Al momento attuale, tra gli esempi europei cui è stato fatto cenno e considerata la fase di crisi che attraversa il modello spagnolo, la preferenza sembrerebbe andare al trust inglese. Anche se formula vincente sembra essere, in realtà, quella tedesca.

Fatto sta che la discesa in campo dei tifosi attraverso forme di azionariato popolare potrebbe attrarre capitali freschi verso un sistema che sta facendo fatica a tenersi in piedi e dunque rappresentare la chiave di volta per la salvaguardia futura di questo magnifico sport.

“Visto che è il loro club, perchè i tifosi non dovrebbero poter dire la loro?” ha osservato Antonia Hagemann, project manager di Supporters Direct Europe. Hagemann sottolinea inoltre come l’esperienza insegna “che il modo in cui il calcio si è spostato verso il denaro e lontano dai tifosi è stata una delle ragioni per cui troppi club in Europa si sono ritrovati con significativi problemi finanziari, con proprietari per i quali è sempre più difficile proseguire per questa strada”. Un’analisi tutta da sottoscrivere. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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