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giornaliPur essendo giornalista professionista dal 1964 non mi arrogo certo il diritto di insegnare nulla a nessuno visto che ogni giorno serve, a me come ad altri, per crescere e migliorare ma alcune riflessioni sento di farle anche per mettere dei paletti alla mia esperienza e “controllare”, se così posso dire, quali miglioramenti qualitativi ho realizzato o abbiamo realizzato nel mondo della critica sportiva.

Facendo un personale mea culpa debbo riconoscere che tanti passi in avanti non sono stati fatti, almeno per quanto riguarda la capacità  di insegnare ai giovani il messaggio implicito in ogni atto culturale pur basato sulle discipline sportive. Intanto continuiamo a fare i tifosi nelle nostre analisi calcistiche esaltando i lati peggiori dei nostri lettori.

Ogni gara diventa una battaglia da vincere ad ogni costo e chi perde non è un avversario superato ma un nemico battuto e da insultare. Lo stesso linguaggio usato sembra preso di pari passo da un codice militare. I più giovani che ci seguono non vengono abituati al concetto di tifare per la propria squadra e non contro gli avversari (che non sono nemici da abbattere ma da considerare positivamente per il fatto che sono animati dal nostro stesso amore per il calcio) e in caso di sconfitta non li educhiamo ad accettarla come un fatto naturale se l’avversario è più forte e meglio attrezzato.

Osannati campioni perdono la testa e si fanno prendere (vedi Totti contro Balotelli nella gara finale di Coppa Italia) dal desiderio della vendetta sul campo procurando danni fisici a chi ha avuto il merito di superarli. E’ vero o no che il giornalista deve raccontare i fatti che accadono sul terreno di gioco con scienza e coscienza senza farsi dominare dalla personale fede calcistica? E’ vero o no che il giornalista sportivo dovrebbe, sempre che ne abbia le reali competenze, esaminare il fatto sportivo sul piano tecnico e tattico, anche del colore, se vogliamo, ma sempre su una base di etica e di professionalità  che non possiamo pretendere dal tifoso che si aspetta da noi la spiegazione del perché di certe risultanze numeriche? E’ vero o no che lo stesso linguaggio usato dovrebbe servire a spiegare gli aspetti tecnici e non offrire alibi a chi fa della intemperanza la sua espressione?

Nel passato abbiamo avuto esempi di grandi firme che erano dei cantori del gesto sportivo, anche oggi ci sono grandi personaggi che fanno cultura parlando e scrivendo di sport, ma ce ne sono troppi, per la verità, che facendo del commento urlato o da ultrà, minano sensibilmente il mondo della tifoseria facendo esplodere le reazioni più becere e che allontanano sempre di più le persone dabbene dagli spalti. Vedo che sempre più vengono usate frasi fatte, di una retorica insulsa, e che troppo spesso, anche per pigrizia mentale, si ripetono frasi ad effetto che nulla spiegano e nulla danno per la crescita dei nostri lettori, soprattutto dei più giovani.

E poi la politica del sospetto che viene alimentata da più parti e ci si lamenta, poi, delle reazioni abnormi dei nostri giovani tifosi. Insomma, non sarebbe il caso di darsi una “controllatina” nel momento in cui si registrano a voce o per iscritto i termini di una gara?

Siamo alla vigilia di un Mondiale di calcio che potrebbe rappresentare una svolta importante per il nostro futuro visto che ci sono nazioni nuove ad affrontare questa realtà. Facciamolo con la consapevolezza di avere un compito, oltre quello di raccontare, di educare i giovani che hanno la pazienza di leggerci.

Gianni Lussoso – www.calciopress.net

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