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ARETINICONTROBOBO1Chi spinge per la Tessera del tifoso sostiene, certo in buona fede, che la sua introduzione contribuirà a portare più spettatori negli stadi. Verrebbero meno, infatti, le limitazioni imposte dal Casms e dall’Osservatorio. Più tessere ci saranno e meno porte chiuse si vedranno, questo il crudo assioma che si intende far passare.

Il documento sembra ormai in dirittura d’arrivo e dovrebbe essere reso obbligatorio per tutti i club professionistici a partire dalla stagione 2010-2011. Calciopress non può che ribadire il suo dissenso, da tempo dichiarato, alla diffusione della Tessera in generale e al suo utilizzo nelle serie minori (Prima e Seconda Divisione di Lega Pro) in particolare.

La premessa di questa (più o meno accettabile) presa di posizione è che il tifoso non appartiene a una categoria certificabile con un documento. Cambiare il calcio con certi (discutibili) sistemi, applicati per di più ope legis (in forza di legge) senza penetrare lo spirito che anima chi gli stadi di fatto li riempie, configura un’impresa fallimentare già in partenza. Bisognerebbe decidersi una buona volta a chiarire questo basilare concetto.

La Tessera del tifoso (nella foto: la singolare protesta dei sostenitori dell’Arezzo) imposta obbligatoriamente a quei pochi che in Italia hanno ancora la voglia di andarsi a gustare il calcio dal vivo, come confermano stadi ormai trasformati in tetre cattedrali nel deserto, è un vero controsenso. Viene da chiedersi se certe persone sappiano davvero cosa significhi essere tifosi. Tanto più quanti si sono liberamente assunti l’onere (l’onore) di stabilire le linee guida del “nuovo calcio” e continuano a imporre le regole restandosene asserragliati nelle loro torri d’avorio scollegate dalla realtà quotidiana.

Il primo passo da cui muoversi sarebbe, per costoro, avere piena contezza della tipologia di utilizzatori del prodotto che intendono (pervicacemente) trasformare in un oggetto amorfo che ne snatura i connotati.

“Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. E’ un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco”. E’, questa, la fine riflessione del poeta Giovanni Raboni. Tutti farebbero bene ad andarsela a rileggere, una volta ogni tanto

Nick Hornby, lo scrittore inglese supertifoso dell’Arsenal e autore del libro cult Febbre a 90, ci offre un altro interessante motivo di meditazione. ”Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente. Senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sè”.

C’è infine un aforisma di Blaise Pascal, “il cuore ha le sue ragioni, ma la ragione non riesce a capirle”, che riassume con efficace sintesi gli imperscrutabili motivi che spingono il tifoso ad amare ciò che ad altri non parrebbe meritevole di essere amato. A legare il proprio destino, indissolubilmente, con quello della propria squadra del cuore.

Per queste e per molte altre ragioni non può (non potrà) mai essere una banale Tessera, per di più imposta dall’alto per obiettivi non condivisibili nè condivisi dalla maggioranza, a definire se il sostenitore di una squadra di calcio purchessia possa fregiarsi dell’appellativo di tifoso.

Essere tifosi vuol dire appartenere a una categoria dell’anima e dunque difficile, se non impossibile, da incasellare. Per questo chi dirige una squadra di calcio dovrebbe avere la consapevolezza di mettersi a capo di un’azienda speciale, che nulla ha a che vedere con le normali attività imprenditoriali.

Finchè questi concetti non saranno assimilati da chi a vario titolo occupa le stanze dei bottoni e non sarà chiaro il senso della peculiare mission che ci si assume, in Italia la deriva del calcio e il vuoto degli stadi saranno inarrestabili.  

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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