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Sergio Mutolo

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cappellinoI gruppi organizzati si oppongono. Le manifestazioni di protesta si diffondono a macchia d’olio, soprattutto da quando si è appreso che verrà abbinata alla sottoscrizione dell’abbonamento. I tifosi non omologati sono a loro volta confusi e perplessi. I club sembrano subirla, senza aver compreso fino in fondo le pesanti implicazioni di carattere logistico-strutturale che la sua introduzione coatta comporterà a livello organizzativo.

Stiamo parlando della Tessera del tifoso e cioè lo strano marchingegno, inserito nel peggior solco della tradizione burocratica italica e del tutto ignoto al resto dell’Europa calcistica, con il quale si pensa di risolvere il problema della sicurezza negli stadi. Un tema che ha pesato non poco nella bocciatura dell’Italia a Euro 2016 e che ci è costato, a Ginevra, l’onta di essere superati nella graduatoria finale perfino da un neofita del mondo pallonaro come la Turchia.

Il ministro Roberto Maroni, che di questo (astruso?) documento è il mentore, la vuole imporre dalla prossima stagione agonistica a tutte le società professionistiche: dalla serie A, alla serie B e fino alla Lega Pro (Prima e Seconda Divisione). Senza se e senza ma.

Come spesso accade nel Belpaese, la realtà delle cose non collima quasi mai con regole studiate a tavolino e troppo imperfette per introdurle a tamburo battente. La maggior parte dei club è ancora (mostruosamente) indietro rispetto alle complesse incombenze che il provvedimento comporta, in particolare a livello di modifiche logistiche degli impianti. Un ostacolo troppo grosso (impossibile?) da superare, considerati i tempi stretti e guardando agli impianti obsoleti delle società di terza e quarta divisione nazionale. Che sono addirittura novanta e non si vede come potranno arrivare, in contemporanea, a tagliare questo (improbabile) traguardo.

Ben altre sono le emergenze che oggi incombono in cadetteria e in Lega Pro, ovvero quelle di riuscire a far quadrare i bilanci. Iscriversi sarà per molti club un’impresa quasi titanica in rapporto alla crisi economica strisciante. La cronaca sportiva parla di un alto numero di club a rischio di estinzione. Le piazze sono ansiogene e premono sui sindaci, impegnati a fare qualcosa (qualsiasi cosa) pur di salvare le maglie.

A prescindere dalla contrarietà dei tifosi, che pure dovrebbe essere tenuta nella massima considerazione visto che sono loro gli utenti e l’architrave del sistema calcio, resta da osservare come la realtà superi talora ogni più astrusa fantasia. I tempi sono talmente ristretti che lasciano spazio a ben poche speranze nella prospettiva tracciata dal Viminale.

Non ci sembra il caso, sulla base di queste premesse, di avventurarsi in arzigogoli burocratici tanto complessi quanto di dubbio impatto sugli obiettivi che si prevede di raggiungere. Senza contare l’allontanamento di altro pubblico da stadi già desertificati e la penalizzazione inflitta di conseguenza a una delle colonne portanti dell’economia italiana. Sarebbe il colpo finale per un sistema già agonizzante.

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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