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varie_calciomercato La Deloitte, società di consulenza che dedica un rapporto annuale ai venti club più importanti d’Europa, si era mostrata fin qui ottimista a oltranza sul futuro. Nel suo ultimo report ha invertito la rotta e sostenuto che la stagione in corso sarà quella a più grave rischio di tutta la lunga storia del calcio europeo, la più esposta ai gravi problemi economici liberati dal vaso di Pandora scoperchiato dalla recessione globale.

La Uefa ha reso noto che il calcio europeo scricchiola sotto il peso di sette miliardi di euro di debiti. Il presidente Michel Platini, partendo da questo dato numerico che esprime tutta la precarietà del sistema, sta provando a far decollare il fair play finanziario (e il Panel che ne dovrà essere il necessario supporto).

I segnali di allarme, intanto, si moltiplicano. Si salva solo la virtuosa Bundesliga, i cui bilanci sono molto meno in rosso che altrove grazie alla preziosa lungimiranza dei dirigenti che siedono nelle stanze dei bottoni.

In Italia, dove il numero di società in crisi cresce di settimana in settimana e molti presidenti pensano al disimpegno spaventati da un deficit che viaggia nell’ordine di oltre 500 milioni di euro, la situazione è resa critica dalla pletora insostenibile di 132 società professionistiche che zavorrano un sistema oberato da debiti e insoluti in crescita esponenziale.

In Belgio il Royal Mouscron è stata la prima società partecipante a in campionato della massima serie europea esclusa in corsa dal torneo per illeciti amministrativi.

Lo stato di crisi della Premier League inglese (gravata da debiti per 4 miliardi di euro) è noto da tempo. Il Portsmouth, in amministrazione controllata, è stato penalizzato di nove punti e il suo destino è praticamente segnato. Il Manchester United e il Liverpool sono seduti sul bordo di un vulcano in ebollizione, pronto a esplodere da un momento all’altro. Anche il presidente del Manchester City, lo straricco Khaldoon al Mubarak, la settimana scorsa ha detto che occorre tagliare le spese.  

In Spagna le cose non vanno meglio, nonostante il Real Madrid sia stato il primo club al mondo ad aver superato i 400 milioni di euro di ricavi. I conti della Liga sono in profondo rosso e 12 club sono a rischio di procedura fallimentare, tra prima e seconda divisone. Qualche giorno fa il presidente José Luis Astiazaran ha dichiarato al Financial Times che i club iberici sono ormai pronti ad accettare il salary cap.

Il calcio europeo, prima di alzare bandiera bianca, non ha molti appigli ai quali attaccarsi. Deve, innanzitutto, sperare nella sagacia di Michel Platini e nel fair play finanziario di cui l’ex giocatore della Juventus si è fatto paladino. Ma deve anche cercare di ridurre un monte spese ormai insostenibile, introducendo uno dei pochi salvagenti di cui oggi si dispone. Ovvero il famigerato salary cap.

La crisi impone che si metta un tetto agli stipendi dei giocatori, alle spese per i trasferimenti e alle percentuali pagate agli agenti. Del salary cap si parla da anni ma, di fatto, è ancora nel libro dei sogni. Il provvedimento è ormai ineludibile. Bussa alle porte di un sistema che, diversamente, rischia di venir giù al primo soffio di vento. Come un fragile castello di carte. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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