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Il calcio italiano sembra andare lentamente alla deriva. Mancano certezze. Delude la partecipazione agli eventi. Bisognerebbe rifondare il movimento, per riportare i tifosi negli stadi. Ma chi occupa le stanze dei bottoni sembra inadeguato a questo scopo. Dalla Figc, alle Leghe di A e B, fino alla Lega Pro. 

Il calcio moderno sembra andare (più o meno) lentamente alla deriva. Mancano personaggi carismatici in grado di assumersi l’onere di risolvere una situazione complessa ma non certo irreversibile, anche perché il numero di appassionati continua a essere sterminato a dispetto della crisi.

Chiunque volesse farsi carico di un compito all’apparenza gravoso potrebbe contare sul sostegno di milioni di tifosi, che non aspettano altro se non tornare a divertirsi come un tempo dentro stadi gremiti. Chi è stato chiamato a occupare le stanze dei bottoni, adesso come nel recente passato, si è davvero impegnato quanto occorreva? Questa è la domanda. 

Il fatto è che l’impegno, la maggior parte delle volte, finisce per schiacciare chi se ne fa carico al punto di essere interpretato come un semplice obbligo. Accade così che un incarico, conferito per conseguire un obiettivo condiviso, si trasformi in un atto dovuto da cui non traspare alcun sentore di passione e accettato solo per conseguire guadagni, visibilità e prestigio a livello personale. 

Dovrebbe essere invece vissuto come totale dedizione al progetto, nel quale riversare la massima profusione di energia coniugata a dosi massicce di entusiasmo e all’impiego incondizionato di tutte le abilità di cui si dispone.

Questo tipo di attività intellettuale, ancorché adempiuto a livello individuale, si proietta su interessi collettivi e condivisi. Impegnarsi dovrebbe significare essere capaci di assumere atteggiamenti adeguati e coinvolgenti rispetto al problema che deve essere risolto. 

Quando viene inteso in senso politicamente corretto, mettendo in campo il meglio di se stessi senza sottostare a condizionamenti di sorta, un impegno assume dunque contorni che attengono alla sfera etica individuale e collettiva. La molla che lo guida dovrebbe essere la spinta etica immessa nel progetto, non il corrispettivo personale che ad esso correla o potrebbe correlare. 

Ogni volta che un impegno viene assunto come semplice adempimento formale di un obbligo, se non addirittura come opaco espediente per mantenere lo status quo in situazioni troppo complesse per farlo, si deve parlare viceversa di una forma mentale che in sè già prelude al successivo disimpegno.

Forse è per questa ragione che, nel calcio moderno, le decisioni sono già vecchie prima ancora di essere prese. 

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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