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Il presidente della Lega Pro, Mario Macalli, ha rilasciato nei giorni scorsi un’intervista esclusiva a  Valeria Debbia (la potete leggere qui).

Il massimo dirigente della Prima e Seconda Divisione nazionale, cui afferiscono la bellezza di novanta club iscritti, si trova a fare i conti con una crisi che sembra eccedere non poco quelle già vissute negli anni passati (almeno sulla base delle previsioni deducibili dalle cronache in arrivo dalle varie sedi). Come al solito Macalli si richiama alle regole e al rispetto delle norme come unico appiglio alla sostenibilità del sistema che dirige. Chi sbaglia paga e resta escluso dal format.

Tutto bene, sul piano teorico. Il fatto è che in Lega Pro le società, le squadre e le città che esse rappresentano sono canne al vento in balia di chi decide di mettersi alla barra di comando. Peccato che si tratti di navicelle che, il più delle volte, fanno acqua da tutte le parti. Non si fa in tempo a chiudere una falla, che se ne apre una nuova.

Eppure chi si avventura in questo tipo di impegni dovrebbe sapere dove si va a cacciare, perché l’azienda-calcio è tutto fuorché un’azienda normale. A maggior ragione questo vale per la Prima e la Seconda Divisione, categorie totalmente sprovviste dei sussidi e delle iniezioni di liquidità su cui possono ancora contare le categorie superiori. Parliamo dei famigerati diritti tv, ovviamente, che permettono alle società di serie A e a quelle della tanto bistrattata serie B di rimanere a galla.

Non c’è, dalle parti della Lega Pro, quella visibilità mediatica che impedisce a personaggi opachi di impadronirsi delle maglie senza possedere le necessarie prerogative finanziarie e, tantomeno, un briciolo di qualità etiche. Tutto si svolge sotto traccia. E così, in terza e quarta serie, le squadre continuano a fallire con regolarità svizzera.

Né potrebbe essere diversamente stanti i carenti presupposti economici e la costante elusione delle regole che spesso (Macalli non ce ne voglia) hanno carattere puramente formale e sono facilmente aggirabili, come l’esperienza insegna.

La sopravvivenza dei club è in sostanza affidata alle capacità di autofinanziamento del patron di turno. Tutto, dunque, resta pericolosamente affidato alla buona sorte. All’avvio di ogni stagione agonistica non rimane, ai poveri tifosi, che sussurrare tra sé e sé “io speriamo che me la cavo”.

Se le regole relative ai requisiti finanziari e alle caratteristiche degli impianti di cui parla Macalli nella sua ultima intervista fossero applicate in maniera davvero rigorosa, quante delle novanta società iscritte potrebbero essere iscritte e completare regolarmente il prossimo campionato? Questa è la domanda. 

Sergio Mutolo – www.calciopress.net

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