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C’è voluta l’ecatombe sancita il 16 luglio dal Consiglio federale per costringere tutti ad aprire finalmente gli occhi sulla deriva verso la quale è stato trascinato il calcio italiano.

Con un tratto di penna sono state cancellate 21 società: una di B (l’Ancona) e venti tra Prima e Seconda Divisione. Con il risultato che la Lega Pro (la vecchia serie C) si trova amputata di oltre il venti per cento dei club aventi diritto alla categoria, il cui format contempla una folla di addirittura 90 iscritte.

Si apre ora la stagione dei ripescaggi. Una procedura che potrebbe imbarcare, sul vascello fantasma cui ormai è paragonabile la terza e quarta serie nazionale, nuovi cadaveri per sostituire quelli buttati a mare. Al solo scopo di rinnovare un ciclo che si ripete da lustri.

Il fatto è che la pletora del calcio italiano è ormai insostenibile per un sistema drammaticamente a corto di risorse in grado di soddisfare i bisogni dei 132 club professionistici che affollano la Figc del presidente Abete.

Un primato europeo che ogni addetto ai lavori di buon senso prova disagio solo a commentare. Basti pensare che in Inghilterra le società professionistiche sono in tutto 92, in Germani 56, in Spagna 42 e in Francia solo 40. Come anche far mente locale sul dato che in tutto lo sport professionistico degli  Usa (baseball, basket, football, hockey su ghiaccio e quant’altro) se ne contano appena 122.

Dati da far rabbrividire chiunque. Di fronte ai quali il non dimissionario presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete, sta infine progettando la riforma dello statuto (affidata a Tavecchio della LND) propedeutica a quella dei campionati di competenza (consegnata nelle mani di Macalli della Lega Pro) che avrebbe dovuto essere messa in cantiere molto tempo prima.

L’idea di partenza sarebbe anche buona, ma il Consiglio federale che l’ha partorita era monco delle due componenti trainanti del sistema calcio italiano. L’assenza all’assemblea plenaria fissata per il 16 luglio delle due nuove Leghe di Serie A e di Serie B pesa come un macigno su questo e su altri progetti, al punto da inficiarne gli esiti fin dalle premesse da cui si sono mossi. Come pensare di rifondare un qualsiasi sistema senza la condivisione di due dei suoi elementi fondanti?.

La situazione è molto delicata, dunque. Potrebbe anche sfociare in esiti imprevisti e imprevedibili. Fermandosi alle ipotesi in circolazione sulla riforma che si vorrebbe realizzare, lo sconcerto non può che aumentare.

Si parla infatti di una serie A con 20 club, di una B ridotta a 20 e di tre gironi di Lega Pro ciascuno con 20 squadre. Un’opzione che porterebbe il format professionistico da 132 a 100, con un saldo negativo di 32. Troppo esiguo per la sostenibilità di un sistema alla deriva, in cui dovrebbero trovare ragionevolmente posto al massimo 92 squadre (secondo il modello inglese) o anche meno (secondo gli altri modelli europei).

La riforma della Figc di Abete sembra destinata a nascere vecchia prima ancora di essere partorita, a meno che non vengano preliminarmente fissati paletti molto più rigidi. Gli attuali dirigenti hanno la forza politica e il carisma per ridurre drasticamente i format come sarebbe necessario? Questa è la domanda.

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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