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L’Ancona ha seguito il drammatico destino di altri venti club di Lega Pro (tra Prima e Seconda Divisione), incappando in un regolamento federale reso molto più rigoroso dall’approvazione del nuovo statuto. Tra verifiche di Covisoc, Commissione Criteri Infrastrutturali e Commissioni Criteri Organizzativi le maglie della rete si sono fatte strette. Da ora in avanti rimanerci intrappolati sarà sempre più facile.

Non accadeva da tempo che una società di serie B fosse cancellata dal Consiglio federale e altre due (Ascoli e Portogruaro) venissero riammesse in extremis dopo essere state temporaneamente escluse.

E’ solo la punta dell’iceberg. La cadetteria, orfana dell’aggancio salvifico alla serie A dopo la scissione, sta per intraprendere un cammino irto di pericoli.

Domani, martedì 20 luglio, l’assemblea della nuova serie B eleggerà i propri organi direttivi. Il consiglio è di non limitarsi a pure operazioni di maquillage. Il rischio sarebbe quello di ripercorrere la strada senza uscita imboccata dalla Lega Pro creata dal presidente Mario Macalli nel giugno 2008, per sostituirla alla vecchia serie C. Una categoria che a due anni di distanza ha perso venti club in un colpo solo (avrebbero potuto essere molti di più se le regole fossero state applicate in modo rigoroso).

Il fatto è che il sistema calcio italiano si sta preparando a un cambiamento epocale che nessuno, al momento, sembra avere il carisma necessario per gestire. La Lega Serie A è decisa a sganciarsi. Produce 1,5 miliardi di introiti e ne trasferisce 100 milioni alle categorie inferiori. Non ne vuole più sapere di questa zavorra. Ha in mente di uscire dalla Figc del non dimissionario Abete per rimodellarsi come la Premier League inglese. Un processo irreversibile. E’ solo questione di tempo. Le altre componenti, Federcalcio compresa, dovranno prenderne atto e decidersi a camminare con le loro gambe.

In questo contesto un po’ surreale i 22 club di B (il posto dell’Ancona toccherà a Triestina o Hellas Verona) si avviano, più o meno mestamente, verso l’inizio della nuova stagione.

Le difficoltà economiche si faranno sentire da subito. I primi segnali sono palpabili. Non a caso un rabbioso Macalli, uscendo dal Consiglio federale che ha escluso dalla Lega Pro più di un intero girone, ha sostenuto che se le stesse regole applicate ai suoi club fossero state utilizzate anche per la cadetteria almeno la metà sarebbe stata fatta fuori.

A questo si aggiunge che la B ha poco appeal, popolata com’è da molte (troppe?) società medio-piccole. Tutte assolutamente meritevoli del posto al sole che si sono conquistate sul campo, ma non certo in grado di fornire significativi apporti (anche in senso mediatico) a un format depresso e bisognoso anche di iniezioni di fantasia.

Se a questo si aggiunge l’insulsa diavoleria imposta dal Viminale di Maroni, ovvero la Tessera del tifoso, in serie B l’aspettativa di contenuti tecnici modesti e stadi desolatamente vuoti è oggettivamente dietro l’angolo.

Finchè non serpeggerà la paura che tutto finisca prima o poi a carte quarantotto, ipotesi meno dietrologica di quanto si possa pensare, la serie B sarà destinata a un mediocre tran-tran che non le consentirà di assumere una sua precisa identità.

Il compito che il 20 luglio si assumeranno il nuovo presidente e il nuovo vicepresidente della serie B non è solo puramente istituzionale e/o di facciata. Dovranno avere il coraggio di pilotare questa paura per innescare riforme sostanziali, che spingano la categoria verso un futuro sostenibile.

Oggi è arrivato il momento di avere paura, per chi ha a davvero a cuore il destino di un calcio italiano condotto alla deriva. Perché il coraggio nasce dalla paura. Ne è l’altra faccia della medaglia. Senza paura ogni forma di coraggio viene meno.

Abete e le riforme, una storia che si ripete

Sergio Mutolowww.calciopress.net

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